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Donne Musulmane tra immaginario e realtà

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di Sumaya Abdel Qader

Nella giornata dedicata alle donne vorrei andare oltre il festeggiamento consumistico che anno dopo anno svuota di significato questa ricorrenza e, girare lo sguardo verso un orizzonte ricco di sfide.
In questo primo articolo vorrei soffermarmi su una di queste: la questione della “libertà delle donne musulmane”. Un tema questo spesso evocato per affermare che “le donne musulmane non godono di libertà e pari opportunità  e che sono vittime di violenza e dunque vanno aiutate” segue così la conclusione “l’Islàm tollera la violenza sulle donne quindi è in contrasto con i principi di libertà e dignità della donna” e per estensione a quelli di “democrazia e civiltà ”.

L’oggetto di ricercare di questo articolo è l’ideologia o l’idea che sta alla base di questo pensiero.  Prenderò a titolo esemplificativo la discussa questione del Niqab, per proporre la mia tesi e iniziare a tracciare una via da percorrere.
Prenderò in considerazione principalmente il contesto italiano.
La stampa e il discorso politico italiano, sempre più, affrontano il tema della donna musulmana in modo improrpio e fuorviante. Questo infatti viene legato in modo sconnesso e inopportuno al tema dell’immigrazione, alla sicurezza, alle moschee, al pericolo della perdita d’identità, all’instabilità sociale, alla divergenza dell’Islam dai principi occidentali, laici e democratici. Un minestrone di questioni che diventano ragione di allarmismo di una presunta minaccia dell'integrità culturale del paese.

Così, il mondo islamico è descritto come “l’unica realtà rimasta, in questo mondo civilizzato” che non riconosce i diritti e libertà alle donne. Un discorso, certo non nuovo, specie in ambito della lettura classica orientalista e colonialista ma che oggi ha una diffusione globale e “conseguenze di massa” significative.
Le reazioni da parte della popolazione a questo discorso sono molteplici: paura, diffidenza, confusione, incapacità di prendere posizione e al peggio intolleranza e razzismo.
Cominciamo a individuare “il problema” o forse i problemi. Poniamoci delle domande:

- la questione della libertà e/o dignità delle donne musulmane, oggi, in Italia, che tipo di problema è?
-E’ giusto parlare di donne musulmane generalizzando quando ci si riferisce alla mancanza di libertà e dignità; e in tal senso si può parlare di una causa intrinseca all’islam come religione?

Innanzitutto è sbagliato parlare di donne musulmane generalizzando la loro condizione, si cade nel semplicismo superficiale e non scientifico e ci si rivela ciechi difronte al una complessa e plurale realtà. Dobbiamo e possiamo riconoscere che all’interno della comunità musulmana si possono individuare alcune tendenze che sfavoriscono la libertà e le pari opportunità per le donne, ma è già una diversa impostazione.
Non si possono giustificare queste tendenze puntando il dito “all’arretrata tradizione islamica” perché non ha fondamento, anzi. Semmai andrebbero analizzati altri fattori che possono giustificano certi atteggiamenti come quelli tradizioni locali, culturali, educazione scolastica, interpretazioni strette, chiuse e decontestualizzate del testo coranico e della tradizione profetica.

Quello che alcuni vogliono far passare come il “problema del secolo”, ovvero il rifiuto di riconoscere i diritti, le libertà e la dignità della donna musulmana non fa altro che negare e camuffare il reale problema: una trasversale e preoccupante violenza sulle donne, una trasversale ed irresponsabile politica di discriminazione delle donne e quindi una non raggiunta parità di opportunità, a tutti i livelli della società.

Così, anziché avere un razionale approccio alla lettura di una ampia e complessa questione, il dibattito pubblico si cristallizza sulla presunta “responsabilità” dell’Islam e  la scelta politica si indirizza verso leggi e/o misure restrittive “giustificate”.
Vediamo un esempio critico: la questione del Niqab (il velo integrale che copre il viso, lasciando a volte scoperti solo gli occhi).
Negli ultimi anni si sono distinte più proposte di legge che vorrebbero configurare il reato mirante a sanzionare con arresto da uno a due anni e ammenda da 1000 a 2000 euro (con arresto in flagranza facoltativo) la circolazione a volto coperto per motivi culturali e/o religiosi. Producendo così una specificazione alla legge 152/1975 per i casi di “manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico” fatta eccezione di quelle di carattere sportivo che possano richiedere la copertura del volto con appositi caschi. I motivi culturali e/o religiosi non sarebbero più un “giustificato motivo” per la circolazione a capo coperto in tutti i casi diversi da quelli per i quali il divieto è già previsti dalla legge n. 152.[1]
Tra le varie motivazioni alcune:
a) l’esigenza di protezione dell’ordine pubblico, (ritenuto) minacciato dalla non riconoscibilità/identificazione della persona dal volto coperto;
b) la protezione della dignità umana (art. 2 Cost.), della dignità della donna (art. 2 e 3 Cost.) a cui la copertura del volto risulterebbe imposta da religioni e costumi fondamentalisti e maschilisti.

Ma come si stabilisce che ci possa essere un danno alla dignità umana (specie se la scelta è libera e personale della donna) o che ci sia un pericolo pubblico?
Al di la del giudizio personale o  delle diverse interpretazioni sul se sia obbligo religioso o meno consideriamo l’atteggiamento dei principi costituzionali della repubblica italiana in tema di libertà:
sulla libertà personale (art. 13 Cost.), sulla libertà di circolazione (art. 16 Cost.), sulla libertà religiosa (art. 19 Cost.) e sulla libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.).
Nelle diverse proposte di legge volte a vietare in Niqab, spesso impropriamente chiamato Burqa, non si parla di un reato “di danno” o offesa al bene giuridico protetto (l’ordine pubblico), ma, piuttosto, un reato “di pericolo”, o peggio un “pericolo presunto”, in cui la messa in pericolo del bene protetto dalla norma penale non deve essere accertato ma viene ritenuta insita nella realizzazione stessa del fatto ( la circolazione a volto coperto) senza necessità di indagine alcuna da parte del giudice e, addirittura, senza alcuna possibilità per l'autore del fatto di provare, in concreto, l'inesistenza del pericolo[2].
Inoltre si ritiene che il circolare a viso coperto per motivi culturali e/o religiosi costituisca un’offesa al bene giuridico della dignità umana e, in particolare, della dignità della donna.
Obiettivamente non ha fondamento fare una legge che sia troppo astratta, che presuma qualcosa, e contrasti con principi fondamentali.

Si può ragionare invece sulla possibiltà concreta e già esistente di identificare la persona coperta in viso, in pieno ottemperamento della normativa vigente, in particolare 1) dell’art. 6  D.lgs. n. 286 del 1998 che, recependo la Direttiva 2004/38/CE obbliga gli stranieri a esibire una carta d'identità o una carta di soggiorno, pena una multa e l'arresto fino a sei mesi; 2) dell’art. 651 c. p. che obbliga i cittadini a fornire, su richiesta di funzionari pubblici, informazioni relative alla propria identità personale, al proprio stato o altre qualità personali (in quest’ultima caso, peraltro, il cittadino non è obbligato a fornire un documento d'identità valido potendo fornire le proprie generalità a voce); 3) dell’art. 4 T. U. L. P. S. in base al quale l’autorità di pubblica sicurezza, nell’ambito delle proprie competenze, ha la facoltà di ordinare ad un individuo pericoloso o sospetto di munirsi di una carta di identità e di esibirla ad ogni richiesta degli ufficiali di pubblica sicurezza; 4) della circolare del Ministro dell’Interno 24 luglio 2000, n. 300 che impone che “le fotografie di donne con il capo coperto, da apporre sui permessi di soggiorno, consentano comunque un'esatta identificazione delle loro titolari, anche allo scopo di evitare il rischio di un illecito utilizzo dei permessi di soggiorno” [3].
Questo è legittimo, sufficiente.
Inoltre, nello specifico, come si può dimostrare che si lede la dignità di una donna? Secondo quale parametro e riferimento?

Vogliamo punire la scelta della donna di indossare un indumento che ne comprometta la dignità? E se scelta non è, ma imposizione di un uomo, deve pagare ancora lei anzichè denunciare questo ultimo e renderle giustizia?
Comunque, tornando alle proposte di legge presentate e all’ideologia che vi sta alla base, oltre al rischio di imbattersi in una incostituzionalità per contrasto, come sopra detto, c’è quello di corrompere il principio di “laicità” dello Stato (anche se in Italia sarebbe più opportuno di parlare di Stato multireligioso anzichè laico, dove per laico si intende indifferenza dello stato alla cosa religiosa) .
Ancora: la Corte di Strasburgo ha interpretato il principio della dignità della donna come legato strettamente alla sua autonomia, e, dunque, alla sua libertà di scelta (cfr. KA e AD c. Belgio del 17 febbraio 2005).
Questo, ed altro, converge in un più ampio discorso di discriminazione di genere e razzista.
La tesi di fondo è la seguente: (certo non nuova): continua ad esistere un sessismo ordinario e socialmete “accettato” ed un sessismo “straordinario” espressione culturale dell'Altro[4] che racconta una parte delle realtà.

Personalmete non incoraggio il Niqab e non lo reputo un tema fondamentale. Lo prendo comunque ad esempio perché diventato simbolo della strumentalizzazione di un certo discorso politica atto  a manipolare l’immaginario comune distorcendo la realtà con l'obiettivo non sempre dichiarato di confermare l'esistenza di un'opposizione tra un Occidente moderno ed illuminato e un Oriente barbaro ed oscurantista (punto che nasconde un interesse egemonico/economico da parte di un Occidente che non ha mai smesso di cercare di essere superiore al resto del mondo).

Bene, questa certezza, dell’opposizione tra Occidente illuminato e Oriente barbaro (oggi rappresentato dall’Islam) deve essere scardinata.
Domandarsi se la nostra società gode di buona salute è un dovere. Si potrebbe affermare che la salute di una società si calcola in base alla salute delle sue donne.
L’Italia detiene il triste primato di violenza sulle donne entro le mura domestiche in Europa. Prima causa di morte e invalidità permanente.

Concludendo possiamo affermare che esiste una causa comune da sostenere: battersi contro ogni sistema di disinformazione, e irresponsabilità, garantire certezza del diritto a tutte e tutti, senza distinzioni di origine, religione, pensiero, diritti e libertà, promuovendo una cultura delle pari opportunità attenti alle specificità, nel rispetto e responsabilmente.
Avere il coraggio di criticare la nostra società, lottare contro la strumentalizzazione politica, cercare soluzioni a problemi reali: questa è la sfida.




[1] Alessandro Ferrari, commenti alle proposte di legge sul Niqab
[2] A. Ferrari, Ibidem
[3] A. Ferrari, ibidem
[4] Malika Hamidi

Per convivere: ritrovare la cooperazione e pensare la vita fuori dal mercato.

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di Davide Piccardo


La Storia dell'umanità è segnata da una continua e progressiva perdita di autosufficienza. La possibilità di vivere in assenza di rapporti sociali, produttivi e commerciali con gli altri, è diminuita progressivamente. Mentre l’indipendenza economica dei primitivi era pressoché totale, la società contadina inizialmente si basava sul nucleo famigliare e successivamente, dipendendo dai contesti, su quello tribale; in alcuni periodi storici, sono i villaggi che garantiscono la totalità dei beni e dei servizi necessari alla vita, altre volte questa condizione lascia spazio ad un’integrazione di carattere regionale più ampia, fino ad arrivare agli imperi e successivamente agli stati nazionali, che mantengono relazioni commerciali tra loro. Il passaggio alla società industriale, con la conseguente diversificazione e frammentazione dei processi produttivi, determina una dipendenza dagli altri notevolmente maggiore.


Assistiamo con la globalizzazione ad un fenomeno interessante e contraddittorio: la crescita dell’individualismo va di pari passo con quella dell’interdipendenza . 

Nell’economia postmodernizzata , la ridefinizione delle specificità produttive delle diverse aree del mondo, la relazione della creazione di richezza con la produzione biopolitica, ci rendono sempre più legati gli uni agli altri. L’evoluzione delle possibilità comunicative creano il villaggio globale, portando avanti un processo che spesso è ibridazione culturale e  spesso conquista. Mentre ció accade vediamo come sia sempre più difficile vivere insieme. 


La decomposizione degli stati nazionali, l’aumento dei conflitti, quello dei divorzi, delle violenze in famiglia, la decrescita demografica nei paesi industrializzati e la disaffezione verso i processi associativi politici, sono solo alcuni esempi, che in diversi ambiti, descrivono una tendenza alla difficoltà di stare insieme.

Questa contraddizione non deve stupire, in quanto è il nuovo sistema stesso che si basa su una competizione spinta, ad escludere ogni forma di cooperazione; il capitalismo globalizzato e postmoderno crea dipendenza, fragilitá sociale e paura,  per governare le crisi ed espropriare risorse e diritti; per farlo ha bisogno di rompere i legami famigliari e sociali, impedire la creazione di forti reti popolari , gli stessi stati nazionali rappresentano un ostacolo da rimuovere. 



Stare insieme richiede una volontà ed una capacita di sacrificio, il riconoscimento della propria parzialità, della necessità della collaborazione, dell’inopportunità dell’individualismo, della nostra complementarietà ed interdipendenza. Prendere atto di queste condizioni dovrebbe indurre a rigor di logica a stimolare la cooperazione ed escludere la competizione, ma la possibilità della convivenza passa inevitabilmente dall'amore per la diversità, dalla comprensione profonda del suo senso, della sua bellezza. Comprendere che la diversità è fondamento dell’equilibrio, significa rifiutare la logica della tolleranza, perché, mentre la tolleranza è figlia di un rapporto asimmetrico tra chi la esercita e chi se ne beneficia, il riconoscimento del valore positivo della diversità deriva dall’equilibrio sociale e culturale e contribuisce a mantenerlo. Questo riconoscimento si chiama rispetto.

La creazione divina è testimonianza insostituibile del senso della diversità e gli stessi riferimenti coranici, XVI-93 “ Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità”, fanno emergere una visione che la esalta come dono del Creatore per gli esseri umani e per il mondo. In special modo, possiamo notare come la diversità non è solo un bene in sé, ma anche uno strumento di garanzia della sua continuità e di difesa della vita: XXII- 40· “Se Allah non respingesse gli uni per mezzo degli altri, sarebbero ora distrutti monasteri e chiese, sinagoghe e moschee nei quali il Nome di Allah è spesso menzionato.”

Le fedi, lungi dall’essere un ostacolo per la convivenza, costituiscono un elemento importante del suo successo in quanto la concezione religiosa rifiuta l’individualismo, propone la solidarietà e la cooperazione, riconosce il valore della comunità e ricorda all’uomo la sua incompletezza e la sua precarietà.


Trattare il tema della convivenza scegliendo come prospettiva quella dei rapporti tra le diverse “comunità di fede” o tra i cittadini di diversa fede, rappresenta un limite alla reale comprensione delle sfide che il futuro ci riserva. La costruzione di una società inclusiva nel nostro Paese procede in modo disordinato ed improvvisato, ma procede. In molte città il pluralismo culturale è una realtà e gli elementi culturali esogeni contribuiscono sempre più alla nascita della nuova italianità; presto le fratture nella convivenza sociale saranno trasversali alle provenienze etniche ed alle fedi religiose. Le divisioni saranno determinate, come già accade, dalle differenze economiche e sociali, dalla disomogeneità dello sviluppo regionale e, ancora trasversalmente, dalla diversità delle concezioni di sviluppo presenti nella società. 


Per questo motivo, non possiamo immaginare una convivenza futura senza pensare all’esigenza dell’elaborazione di una visione collettiva di società e di sviluppo, una visione che partendo dalla critica del modello economico attuale, arrivi a valori comuni e ponga le basi di un patto sociale condiviso, perché la convivenza non può essere la compresenza pacifica di recinti e steccati, non può sostenersi su esistenze che procedono come rette parallele, senza incrociarsi mai.


Un accordo sociale, deve fondarsi principalmente su tre requisiti: la laicità dello Stato, l’equilibro nella distribuzione del potere e la garanzia del rispetto dei diritti umani per tutti. La laicità rappresenta una garanzia di tutela dei diritti e delle libertà per tutti; il campo di intervento legislativo dello Stato si deve limitare alla sfera pubblica, cioè a quegli atti che implicano conseguenze su terzi, mentre la sfera privata, i comportamenti individuali, le cui conseguenze ricadono solo sullo stesso individuo, non possono essere regolati né sanzionati. Lo Stato deve essere presente ed esercitare un’azione efficace nella direzione del controllo delle attività che per loro natura hanno un forte impatto sociale, per tutelare i diritti e le condizioni di vita della collettività, precisamente sull’attività economica. Nello stesso modo deve poter garantire i diritti delle minoranze.


Il secondo punto riguarda nuovamente l’equilibrio, associato alla diversità di cui, come abbiamo visto, è fonte e conseguenza. La democrazia non può prescindere da un’equa distribuzione del potere, una distribuzione che tocchi i vari poteri esistenti, dal simbolico all’economico-politico. L’equità è ancora una volta garante della convivenza. Prevenire i conflitti significa anche elaborare una visione condivisa sui diritti umani per tutti, evitando le guerre tra poveri, fomentate dai detentori del potere per dividere i possibili oppositori allo status quo e respingendo la mercificazione del tutto, che pretende di ingnorare Dio e commerciare la vita.

Questi conflitti derivano dall’incomprensione delle cause del disagio sociale da parte delle stesse vittime. Le vittime delle politiche economiche liberiste, costituiscono quella moltitudine che deve trasformarsi in soggetto propulsore di un cambiamento che metta in discussione la logica della competizione, del dio mercato che distrugge il pianeta e assoggetta la vita umana. Per farlo devono lavorare all’unità, in modo trasversale alle appartenenze religiose e culturali.



I musulmani, in questo contesto, sono chiamati a dare il proprio contributo al disegno di questo progetto comune. Per farlo devono innanzitutto risolvere in modo definitivo la questione dell’appartenenza. Comprendere la preminenza che l’Islam accorda alla appartenenza all’umanità, in quanto la nostra appartenenza religiosa non può negarla né relativizzarla. Non si possono stabilire gerarchie tra gli esseri umani su base economica, etnica o religiosa, in quanto di fronte a Dio gli uomini sono giudicati esclusivamente in base alle proprie azioni e al proprio comportamento.


Se vogliono essere fedeli ai propri valori, i musulmani devono continuare il percorso di apertura intrapreso, assumere completamente la responsabilità che implica la cittadinanza attiva, nonché un ruolo da protagonisti nelle lotte per i diritti comuni, lotte da portare avanti cercando la costituzione di alleanze ampie, con chi ha a cuore il destino del Paese. Devono uscire dalla fase catacombale,  della quale  sono emblematici gli scantinati,  in cui anche simbolicamente il potere li vorrebbe tenere, e avviare un dibattito approfondito su come  farsi portatori della necessità di una riscossa dell’etica.


L'eccezionalismo islamico

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L'inesplicabile reticenza italiana ad applicare i principi costituzionali ai musulmani
di Layla Mohamed

Dal punto di vista giuridico, è acclarata la tendenza, in dottrina, a considerare la libertà religiosa come privilegiata tra tutte le altre costituzionalmente riconosciute e garantite, in quanto riflesso della libertà di coscienza, che sta a fondamento della dignità umana.
In Italia, i Padri Costituenti vollero assicurare il rispetto della libertà religiosa, con una formula che «non potrebbe essere più ampia»1, alla lettera dell' 19 Cost., attraverso cui la Repubblica garantisce a tutti il diritto di «professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto». Un solo limite è previsto e concerne, non i principi, ma i riti: il buon costume. Esso, secondo la giurisprudenza, va intenso nella sua accezione penalistica come «l'atteggiamento del cittadino comune, mediato dalla sensibilità del giudice, nei confronti del sentimento del pudore».2
Inoltre, la Corte Costituzionale, alla sentenza 203/1989, ha dichiarato di accogliere una prospettiva di “laicità positiva”, intendendo così una valutazione favorevole del fenomeno religioso, cui consegue l'ammissibilità di interventi da parte dello Stato a sostegno delle attività religiose, considerate come interesse dei cittadini meritevole di tutela giuridica. Tanto che, continua la Corte, il principio di laicità «implica, non indifferenza dello Stato dinnanzi alle religioni, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione in regime di pluralismo confessionale e culturale».

Sicuramente, dunque, non è stata la convinzione profonda della necessità di tutelare un diritto costituzionalmente sancito a spingere l'Assessore al Territorio e Urbanistica, Daniele Belotti, a promuovere una norma nel Collegato ordinamentale, da poco approvato dal Consiglio regionale della Lombardia, con lo specifico «obiettivo di mettere un freno al fenomeno del proliferare dei luoghi di culto mascherati da centri culturali e di tutelare l’identità dei centri storici delle nostre città»3. Pare, in breve, che vi saranno procedure più complicate per l'apertura delle sedi di associazioni che si richiamano ad una confessione religiosa, in quanto esse veranno equiparate a luoghi adibiti al culto e perciò sottoposte a una disciplina più restrittiva. Inutile dire che un tale intervento legislativo ha come destinatari preferenziali i fedeli musulmani residenti nella città di Milano.
Al di là delle considerazioni che possono essere sviluppate circa la costituzionalità di una simile norma, che risulta porsi in netto contrasto con l'art. 20 Cost., si può rilevare, in questa sede, come la garanzia della libertà religiosa (che, nelle forme di individuale, associata e organizzata, è stata annoverata dalla Corte Costituzionale tra i diritti inviolabili dell'uomo)4, relativamente ai musulmani è considerata, in Italia, alla stregua di una mera questione amministrativa di ordine pubblico o di viabilità.

Nel nostro Paese, infatti, il riconoscimento del diritto fondamentale alla libertà di culto e all'esercizio in forma associata della propria confessione da parte dei musulmani, cittadini italiani e non, appare subordinato alle esigenze della prassi urbanistica a livello locale e a più generici “motivi di sicurezza”, che finiscono per annichilirne inevitabilmente il contenuto sostanziale.
A questo riguardo, un importante giurista, Carlo Cardia, ha sottolineato come non vi sia dubbio «che il Costituente ha voluto espressamente escludere dai limiti alla libertà religiosa quello dell’ordine pubblico e l’ha fatto proprio per impedire che per suo tramite si finisse col vietare, o limitare discrezionalmente, l’attività di alcune confessioni religiose (come era avvenuto nel passato regime) sol perché queste non erano in sintonia con il clima politico del momento»5 .
È possibile, di conseguenza, affermare, attraverso le parole di Stefano Allievi, che esiste, oggi in Italia, una «tendenza all'eccezionalismo islamico, ovvero a considerare i musulmani sempre diversi dagli altri, sempre un caso eccezionale». 6


Breve bibliografia:
  • Casuscelli G., “La libertà religiosa alla prova dell’Islām: la peste dell’intolleranza”, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale - Rivista telematica , Luglio 2008
  • Ronchi P., “Problemi pratici della libertà religiosa dei musulmani in Italia, Spagna e Regno Unito”, versione 5-07-2010, in corso di pubblicazione/forthcoming in Anuario de derecho eclesiàstico del Estado, 2011

1 Corte Costituzionale, sent. 195/ 1993
2 Colaianni N., “Musulmani italiani e Costituzione: il caso della Consulta islamica”, Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, 2006, p. 257
3 Rossi S., “Giro di vite sui centri islamici «Basta moschee nei capannoni»”, La Repubblica, Milano.it, 15-02- 2011
4 Corte Costituzionale, sent. 143/1973
5 Cardia C., voce Religione (libertà di), in Enc. dir., Aggiornamento, II; Giuffrè, Milano, 1998, p. 932
6 Allievi S., “Islam italiano e società nazionale”, cit, p. 67

La speranza è tener conto dei sogni. La nostra proposta contro precarietá e privilegi

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di Izzedine El Zir 

Contributo del presidente UCOII al documento preparatorio alla 46° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani. Alla questione: “Come ridurre precarietà e privilegi nel mercato del lavoro, aumentandone la partecipazione, flessibilità ed eterogeneità?” 

Il problema di fondo sta proprio nella parola “mercato”. Ci sembra infatti che sia giusto domandarci se sia eticamente corretto porsi di fronte alla necessità che le persone hanno di vendere la loro forza-lavoro considerando questa fattispecie come qualcosa da mettere su un mercato.

Iddio ha dato alle creature umane corpo e mente, ma anche spirito la Lui proveniente, facendone una eccezione nella Sua creazione, e grazie a questo spirito esse sono qualitativamente diverse da ogni altra specie che cammini, voli o nuoti tra i cieli, le acque e le terre.

Questa diversità, le pone in una dimensione assolutamente unica se è vero com’è vero per noi credenti, che nella natura umana Iddio ha posto caratteristiche che Lo rispecchiano: la bontà, la misericordia, l’anelito alla giustizia, alla ricerca della verità e della conoscenza.

Potremmo quindi porci di fronte allo sforzo degli uomini e delle donne che abitano questa Terra come fosse una merce qualsiasi? Una materia prima o un servizio che si sottopone ad un MERCATO?

Il mercato è una realtà oggettiva o una sovrastruttura costruita ad arte per spossessare le persone del loro diritto ad una fatica possibile, ad una retribuzione equa, ad un uso del tempo equamente diviso tra atttività produttiva, ludica e contemplativa?

Dati recenti di spostamento della ripartizione del PIL  hanno evidenziato come negli ultimi anni, riparandosi dietro una crisi che ha morso l’intero Occidente, ben 8 punti di quell’indicatore siano stati trasferiti dai lavoratori alle imprese che non ne hanno fatto generalmente un buon uso, ma soprattutto alla rendita finanziaria, alla speculazione.

E questo  facendo ricorso alla delocalizzzione e a forme sempre più estreme di precariato, ai contratti così detti “atipici” che con la scusa di andar incontro alle necessità dell’impresa hanno invece ridotto la forza lavoro ad una variante trascurabile nel processo produttivo.

Crediamo con forza che la garanzia del posto di lavoro, ben oltre un elemento di stabilità materiale, sia il presupposto per la progettazione di un’esistenza serena, e dell’edificazione di una famiglia equilibrata e, nella serenità e nell’equilibrio, il Paese non potrebbe che progredire.

Nell’insicurezza della precarietà è insita la depressione degli individui, la rinuncia alla famiglia o la sua procrastinazione sine die, il ricorso a tutto quello che deresponsabilizza incoraggiando ad un edonismo disperato e sterile.

Siamo pertanto convinti che l’utilizzo massimo delle risorse intellettuali e materiali di cui il Paese ancora dispone (ma per quanto tempo ancora) non possa attuarsi senza una diversa concezione dei rapporti di produzione, riequilibrandoli a favore dei lavoratori, che liberati dall’ansia che li attanaglia, potrebbero sviluppare al meglio quelle doti di creatività, inventiva e capacità di sacrificio che hanno fatto dell’Italia (in tempi ormai trascorsi ma non lontani invero) un esempio di sviluppo e sforzo coeso che ha dato risultati straordinari.

L’evasione fiscale, insieme alle criminalità organizzate sono il vero cancro morale ed economico che proietta sinistramente le sue metastasi in quasi tutti i settori produttivi. Oltre a quelli la fatiscenza strutturale della pubblica amministrazione implementa una drammatica inefficenza che incide pesantemente sulla vita di ognuno di noi.

Anni e anni di riforma burocratica hanno sortito miseri effetti sul macrosistema.
Se infatti l’autocertificazione ha eliminato qualche coda negli uffici pubblici, è piuttosto nell’assegnazione degli appalti, nella lentezza mortale tra la decisione politica e la realizzazione delle opere che insiste un’abnorme levitazione dei costi, senza contare l’assenza, o almeno la scarsità, dei controlli sulle realizzazioni che ci ha regalato ospedali mai entrati in servizio, strade costate milioni e milioni che finiscono nel nulla, termovalorizzatori che sono cattedrali nel deserto mentre la monnezzaammorba le città del Sud.

Pertanto, ci sembra evidente che lo strumento fiscale adeguatamente ed equamente utilizzato e una VERA riforma della pubblica amministrazione siano quelli che maggiormente potrebbero contribuire ad un vero New Deal italiano che ridarebbe speranza e forza vitale al Paese, incidendo sui privilegi e sulla malversazioni.

La fuga dei cervelli di cui tanto si parla, è ormai un torrente in piena, di migliaia e migliaia di giovani, preparati e volitivi a cui sembra di non avere nessuna chance in Italia.
Questa risorsa è tanto più preziosa, se consideriamo che la disparità dei costi della vita hanno messo alcune economie orientali (Cina e India segnatamente, ma non solo) nella condizione di essere impareggiabilmente concorrenziali nelle produzioni di basso o medio tenore tecnologico.

La Germania, che se ne uscì dalla II guerra mondiale con immani distruzioni, ha creato un’amministrazione pubblica rigorosa ed efficiente che dialoga con il sistema produttivo e non lo vessa, premia le aziende che investono sull’innovazione e non ha perso la sua rincorsa uscendo per prima dalla crisi nonostante il pesante fardello che si è sobbarcata sostenendo le economie deboli della UE.

Se possiamo costruire automobili come loro e le nostre aziende si aggiudicano importantissimi appalti nel mondo intero, cosa c’impedisce di mutuare il suo esempio virtuoso e le sue buone pratiche amministrative?

Certamente tutto questo avrebbe costi e sarebbero necessari adeguati interventi ed ammortizzatori attivi, ma sarebbe l’ora che non fossero sempre i più deboli a sopportarne il peso. Va da se che nella piramide sociale la parte più ampia è quella sottostante, ma la disattenzione alle sofferenze di questa base rischia di causare un crollo dell’intera figura, con conseguenze inimmaginabili nella loro gravità.

Giovani, immigrati, persone a basso reddito stanno soffrendo le conseguenze di una ricetta bugiarda e ingiusta, quella proposta a suo tempo da quegli economisti chiamati i “Chicago Boys”, che teorizzavano l’assoluta preminenza del mercato e l’espulsione del pubblico dalle attività produttive sostenendo che il mercato avrebbe risolto tutto, riequilibrandosi dopo una fase critica e continuando a garantire a tutti merci e servizi in abbondanza e democrazia politica.

Non si tratta quindi a nostro avviso di applicare correttivi od escamotages finanziari ad una logica fallimentare, ma di avviare un processo di moralizzazione della produzione e della pubblica amministrazione, di costruire speranze e sostenerle, di ridare a questo nostro Paese e ai nostri figli una prospettiva credibile di benessere e libertà

Noi musulmani siamo pronti a fare la nostra parte, coraggiosamente e fattivamente, insieme a tutti gli altri, in sforzo coerente e coeso nell’interesse del bene comune.

Agli Stati Generali della Precarietá 2.0 si prepara lo sciopero

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di Davide Piccardo

Precarietá è un termine entrato prepotentemente nel vocabolario comune da almeno una decina d’anni, un parola che viene pronunciata sempre più spesso, e viene pronunciata, anche da chi non se lo sarebbe mai aspettato. Si espande a macchia d’olio e sembra non voler risparmiare nessuno, travolge diritti acquisiti e non fa differenza tra generazioni, anche se ha un debole per i giovani.
Quando sei precario hai ben pochi diritti, non esistono le ferie, e normalmente è meglio, perchè non avresti i soldi per partire, è meglio che non ti ammali perchè a fine mese al posto dei 1000 euro te ne troveresti 800, dimenticati la pensione,  non pensare di avere un figlio, la maternitá non esiste e, soprattutto, se aspetti un bambino probabilmente il tuo contratto non sará rinnovato. Vuoi comprare casa? Ci dispiace, non basta piú essere pronti a pagare uno stipendio intero ogni mese per 30 anni per avere un tetto sulla testa, al mutuo non tu non puoi accedere. Non offri abbastanza garanzie.

L'avvento della precarietà risponde a cause differenti, da una parte c'è la terziarizzazione dell'economia, la riduzione del lavoro in fabbrica, la crescita degli impiegati nella  produzione intellettuale nel “primo mondo”, cosa che implica in certi casi una maggiore flessibilità del lavoro; dall'altra parte, è in corso una guerra contro i diritti dei cittadini-lavoratori; una guerra che precarizza non solo il lavoro, ma l’intera esistenza, la formazione del sapere e la ricerca. Si utilizza come pretesto l'evoluzione dell'economia globale per accentuare lo sfruttamento delle persone, aumentare i profitti ed imporre una concezione del lavoro ottocentesca.
Questo processo determina di fatto l'esistenza di una massa di lavoratori senza diritti.Le cifre fornite dagli esperti sono impressionanti, si parla di una percentuale di lavoratori precari che sfiora il 70% dei lavoratori totali; questa cifra spiegano, si otterrebbe sommando il 28% di lavoro nero ai contratti atipici e a quelli delle imprese con meno di 15 dipendenti, e per questo non tutelate dall’articolo 18. Buona parte di queste persone,  sono  sottoposte  al ricatto quotidiano, e apparentemente senza nessuna forza contrattuale, persone intrappolate in un'attesa infinità della stabilità. Anche le organizzazioni sindacali classiche, si sono rivelate a dir poco insufficienti ad arrestare l'avanzata della precarietà, l'incapacità di opporsi adeguatamente alla legge Treu e successivamente alla legge 30  lo dimostrano. Attualmente gli stessi sindacati sono percepiti da chi si occupa di precarietà, come soggetti troppo concentrati sulla difesa di un modello residuale e poco propensi a farsi portavoce delle nuove esigenze del preariato.
Per cercare di trovare e proporre soluzioni a questa situazione, il 15 e il 16 gennaio, si sono svolti gli Stati Generali della Precarietà. La data non è stata scelta a caso, visto che, il 23 gennaio, sará l’ultimo giorno valido per impugnare i contratti di lavoro precario davanti al giudice, poi secondo la norma stabilita nel “Collegato Lavoro”, ci sará un condono totale.

La seconda edizione di questa due giorni di dibattiti e laboratori sul tema ha una sede emblematicamente molto precaria. Il Centro Sociale La Fornace, appena rioccupato dopo lo sgombero della settimana scorsa. Gli Stati Generali puntano ad elaborare un “punto di vista precario”, pensare e proporre un nuovo modello di stato sociale che non si basi più esclusivamente sul lavoro ma che si fondi sulla cittadinanza. In questo senso si muovono, per esempio,  gli interventi del Professor Fumagalli, esperto in materia, che dimostrano come sarebbe doveroso ed economicamente sostenibile un nuovo sistema di welfare che sia in grado di rispondere all’attuale condizione lavorativa di milioni di persone. Il Welfare Metropolitano per esempio si fonderebbe sull’istituzione di un reddito minimo di cittadinanza, in grado di garantire la possibiltá per i cittadini di non sottostare al ricatto del lavoro iniquo.

Riscuote un grande interesse il workshop: Precarietà migrante,migranti nella precarietà, lavoro, lotte e razzismo”; i partecipanti analizzano la particolare condizione dei migranti precari, soggetti doppiamente sfavoriti e discriminati dai datori di lavoro e spesso dell’ostilitá delle istituzioni che condizionano il loro diritto ad esistere ad un contratto di lavoro regolare ed indeterminato al quale non riescono ad accedere. Si parla del prossimo Primo Marzo, giorno che evoca il primo sciopero dei migranti compiuto nel 2010 e che le organizzazioni dei migranti vogliono ripetere con una maggiore attenzione alla tematica del lavoro.

Tra i protagonisti delle due giornate c'e il collettivo “Intelligence Precaria” che si dedica alla realizzazione  e diffusione di studi approfonditi sulla tematica; un esempio di  utilissima pubblicazione sono  i  “Quaderni di San Precario”, un volume che contiene ricerche ed interventi di vari ricercatori sulle questione legislative legate alla precarietá.

Nel pomeriggio del sabato si analizzano i fatti di Roma del 14 dicembre che molti non esitano a definire come uno spartiacque, quest’esplosione di rabbia, che per la prima volta in tanti anni è stata sostenuta dalla gran parte del movimento, ha stupito tutti. Anche i piú esperti conoscitori delle piazze sono rimasti totalmente sorpresi dalla forza e dalla spontaneitá degli scontri. A Roma, giovani studenti delle superiori, universitari, precari, operai metalmeccanici e disoccupati hanno manifestato tutta la loro frustrazione ed indignazione. Questa è la presa di coscienza di un' intera generazione, dicono i molti.

Riuscire ad identificare le componenti sociali che esprimono questo disagio, riuscire a tessere reti di comunicazione e collaborazione con queste parti di societá sará una delle prossime grandi sfide per il movimento dei precari che ha come prioritá immediata stabilire forme di autorganizzazione che includano tutti quei soggetti che subiscono la precarizzazione.

La parola d’ordine per il futuro, sembra essere “sciopero precario”, un possibile sciopero che, ad ascoltare gli applausi della platea, si fará presto.