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Per convivere: ritrovare la cooperazione e pensare la vita fuori dal mercato.

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di Davide Piccardo


La Storia dell'umanità è segnata da una continua e progressiva perdita di autosufficienza. La possibilità di vivere in assenza di rapporti sociali, produttivi e commerciali con gli altri, è diminuita progressivamente. Mentre l’indipendenza economica dei primitivi era pressoché totale, la società contadina inizialmente si basava sul nucleo famigliare e successivamente, dipendendo dai contesti, su quello tribale; in alcuni periodi storici, sono i villaggi che garantiscono la totalità dei beni e dei servizi necessari alla vita, altre volte questa condizione lascia spazio ad un’integrazione di carattere regionale più ampia, fino ad arrivare agli imperi e successivamente agli stati nazionali, che mantengono relazioni commerciali tra loro. Il passaggio alla società industriale, con la conseguente diversificazione e frammentazione dei processi produttivi, determina una dipendenza dagli altri notevolmente maggiore.


Assistiamo con la globalizzazione ad un fenomeno interessante e contraddittorio: la crescita dell’individualismo va di pari passo con quella dell’interdipendenza . 

Nell’economia postmodernizzata , la ridefinizione delle specificità produttive delle diverse aree del mondo, la relazione della creazione di richezza con la produzione biopolitica, ci rendono sempre più legati gli uni agli altri. L’evoluzione delle possibilità comunicative creano il villaggio globale, portando avanti un processo che spesso è ibridazione culturale e  spesso conquista. Mentre ció accade vediamo come sia sempre più difficile vivere insieme. 


La decomposizione degli stati nazionali, l’aumento dei conflitti, quello dei divorzi, delle violenze in famiglia, la decrescita demografica nei paesi industrializzati e la disaffezione verso i processi associativi politici, sono solo alcuni esempi, che in diversi ambiti, descrivono una tendenza alla difficoltà di stare insieme.

Questa contraddizione non deve stupire, in quanto è il nuovo sistema stesso che si basa su una competizione spinta, ad escludere ogni forma di cooperazione; il capitalismo globalizzato e postmoderno crea dipendenza, fragilitá sociale e paura,  per governare le crisi ed espropriare risorse e diritti; per farlo ha bisogno di rompere i legami famigliari e sociali, impedire la creazione di forti reti popolari , gli stessi stati nazionali rappresentano un ostacolo da rimuovere. 



Stare insieme richiede una volontà ed una capacita di sacrificio, il riconoscimento della propria parzialità, della necessità della collaborazione, dell’inopportunità dell’individualismo, della nostra complementarietà ed interdipendenza. Prendere atto di queste condizioni dovrebbe indurre a rigor di logica a stimolare la cooperazione ed escludere la competizione, ma la possibilità della convivenza passa inevitabilmente dall'amore per la diversità, dalla comprensione profonda del suo senso, della sua bellezza. Comprendere che la diversità è fondamento dell’equilibrio, significa rifiutare la logica della tolleranza, perché, mentre la tolleranza è figlia di un rapporto asimmetrico tra chi la esercita e chi se ne beneficia, il riconoscimento del valore positivo della diversità deriva dall’equilibrio sociale e culturale e contribuisce a mantenerlo. Questo riconoscimento si chiama rispetto.

La creazione divina è testimonianza insostituibile del senso della diversità e gli stessi riferimenti coranici, XVI-93 “ Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità”, fanno emergere una visione che la esalta come dono del Creatore per gli esseri umani e per il mondo. In special modo, possiamo notare come la diversità non è solo un bene in sé, ma anche uno strumento di garanzia della sua continuità e di difesa della vita: XXII- 40· “Se Allah non respingesse gli uni per mezzo degli altri, sarebbero ora distrutti monasteri e chiese, sinagoghe e moschee nei quali il Nome di Allah è spesso menzionato.”

Le fedi, lungi dall’essere un ostacolo per la convivenza, costituiscono un elemento importante del suo successo in quanto la concezione religiosa rifiuta l’individualismo, propone la solidarietà e la cooperazione, riconosce il valore della comunità e ricorda all’uomo la sua incompletezza e la sua precarietà.


Trattare il tema della convivenza scegliendo come prospettiva quella dei rapporti tra le diverse “comunità di fede” o tra i cittadini di diversa fede, rappresenta un limite alla reale comprensione delle sfide che il futuro ci riserva. La costruzione di una società inclusiva nel nostro Paese procede in modo disordinato ed improvvisato, ma procede. In molte città il pluralismo culturale è una realtà e gli elementi culturali esogeni contribuiscono sempre più alla nascita della nuova italianità; presto le fratture nella convivenza sociale saranno trasversali alle provenienze etniche ed alle fedi religiose. Le divisioni saranno determinate, come già accade, dalle differenze economiche e sociali, dalla disomogeneità dello sviluppo regionale e, ancora trasversalmente, dalla diversità delle concezioni di sviluppo presenti nella società. 


Per questo motivo, non possiamo immaginare una convivenza futura senza pensare all’esigenza dell’elaborazione di una visione collettiva di società e di sviluppo, una visione che partendo dalla critica del modello economico attuale, arrivi a valori comuni e ponga le basi di un patto sociale condiviso, perché la convivenza non può essere la compresenza pacifica di recinti e steccati, non può sostenersi su esistenze che procedono come rette parallele, senza incrociarsi mai.


Un accordo sociale, deve fondarsi principalmente su tre requisiti: la laicità dello Stato, l’equilibro nella distribuzione del potere e la garanzia del rispetto dei diritti umani per tutti. La laicità rappresenta una garanzia di tutela dei diritti e delle libertà per tutti; il campo di intervento legislativo dello Stato si deve limitare alla sfera pubblica, cioè a quegli atti che implicano conseguenze su terzi, mentre la sfera privata, i comportamenti individuali, le cui conseguenze ricadono solo sullo stesso individuo, non possono essere regolati né sanzionati. Lo Stato deve essere presente ed esercitare un’azione efficace nella direzione del controllo delle attività che per loro natura hanno un forte impatto sociale, per tutelare i diritti e le condizioni di vita della collettività, precisamente sull’attività economica. Nello stesso modo deve poter garantire i diritti delle minoranze.


Il secondo punto riguarda nuovamente l’equilibrio, associato alla diversità di cui, come abbiamo visto, è fonte e conseguenza. La democrazia non può prescindere da un’equa distribuzione del potere, una distribuzione che tocchi i vari poteri esistenti, dal simbolico all’economico-politico. L’equità è ancora una volta garante della convivenza. Prevenire i conflitti significa anche elaborare una visione condivisa sui diritti umani per tutti, evitando le guerre tra poveri, fomentate dai detentori del potere per dividere i possibili oppositori allo status quo e respingendo la mercificazione del tutto, che pretende di ingnorare Dio e commerciare la vita.

Questi conflitti derivano dall’incomprensione delle cause del disagio sociale da parte delle stesse vittime. Le vittime delle politiche economiche liberiste, costituiscono quella moltitudine che deve trasformarsi in soggetto propulsore di un cambiamento che metta in discussione la logica della competizione, del dio mercato che distrugge il pianeta e assoggetta la vita umana. Per farlo devono lavorare all’unità, in modo trasversale alle appartenenze religiose e culturali.



I musulmani, in questo contesto, sono chiamati a dare il proprio contributo al disegno di questo progetto comune. Per farlo devono innanzitutto risolvere in modo definitivo la questione dell’appartenenza. Comprendere la preminenza che l’Islam accorda alla appartenenza all’umanità, in quanto la nostra appartenenza religiosa non può negarla né relativizzarla. Non si possono stabilire gerarchie tra gli esseri umani su base economica, etnica o religiosa, in quanto di fronte a Dio gli uomini sono giudicati esclusivamente in base alle proprie azioni e al proprio comportamento.


Se vogliono essere fedeli ai propri valori, i musulmani devono continuare il percorso di apertura intrapreso, assumere completamente la responsabilità che implica la cittadinanza attiva, nonché un ruolo da protagonisti nelle lotte per i diritti comuni, lotte da portare avanti cercando la costituzione di alleanze ampie, con chi ha a cuore il destino del Paese. Devono uscire dalla fase catacombale,  della quale  sono emblematici gli scantinati,  in cui anche simbolicamente il potere li vorrebbe tenere, e avviare un dibattito approfondito su come  farsi portatori della necessità di una riscossa dell’etica.


La speranza è tener conto dei sogni. La nostra proposta contro precarietá e privilegi

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di Izzedine El Zir 

Contributo del presidente UCOII al documento preparatorio alla 46° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani. Alla questione: “Come ridurre precarietà e privilegi nel mercato del lavoro, aumentandone la partecipazione, flessibilità ed eterogeneità?” 

Il problema di fondo sta proprio nella parola “mercato”. Ci sembra infatti che sia giusto domandarci se sia eticamente corretto porsi di fronte alla necessità che le persone hanno di vendere la loro forza-lavoro considerando questa fattispecie come qualcosa da mettere su un mercato.

Iddio ha dato alle creature umane corpo e mente, ma anche spirito la Lui proveniente, facendone una eccezione nella Sua creazione, e grazie a questo spirito esse sono qualitativamente diverse da ogni altra specie che cammini, voli o nuoti tra i cieli, le acque e le terre.

Questa diversità, le pone in una dimensione assolutamente unica se è vero com’è vero per noi credenti, che nella natura umana Iddio ha posto caratteristiche che Lo rispecchiano: la bontà, la misericordia, l’anelito alla giustizia, alla ricerca della verità e della conoscenza.

Potremmo quindi porci di fronte allo sforzo degli uomini e delle donne che abitano questa Terra come fosse una merce qualsiasi? Una materia prima o un servizio che si sottopone ad un MERCATO?

Il mercato è una realtà oggettiva o una sovrastruttura costruita ad arte per spossessare le persone del loro diritto ad una fatica possibile, ad una retribuzione equa, ad un uso del tempo equamente diviso tra atttività produttiva, ludica e contemplativa?

Dati recenti di spostamento della ripartizione del PIL  hanno evidenziato come negli ultimi anni, riparandosi dietro una crisi che ha morso l’intero Occidente, ben 8 punti di quell’indicatore siano stati trasferiti dai lavoratori alle imprese che non ne hanno fatto generalmente un buon uso, ma soprattutto alla rendita finanziaria, alla speculazione.

E questo  facendo ricorso alla delocalizzzione e a forme sempre più estreme di precariato, ai contratti così detti “atipici” che con la scusa di andar incontro alle necessità dell’impresa hanno invece ridotto la forza lavoro ad una variante trascurabile nel processo produttivo.

Crediamo con forza che la garanzia del posto di lavoro, ben oltre un elemento di stabilità materiale, sia il presupposto per la progettazione di un’esistenza serena, e dell’edificazione di una famiglia equilibrata e, nella serenità e nell’equilibrio, il Paese non potrebbe che progredire.

Nell’insicurezza della precarietà è insita la depressione degli individui, la rinuncia alla famiglia o la sua procrastinazione sine die, il ricorso a tutto quello che deresponsabilizza incoraggiando ad un edonismo disperato e sterile.

Siamo pertanto convinti che l’utilizzo massimo delle risorse intellettuali e materiali di cui il Paese ancora dispone (ma per quanto tempo ancora) non possa attuarsi senza una diversa concezione dei rapporti di produzione, riequilibrandoli a favore dei lavoratori, che liberati dall’ansia che li attanaglia, potrebbero sviluppare al meglio quelle doti di creatività, inventiva e capacità di sacrificio che hanno fatto dell’Italia (in tempi ormai trascorsi ma non lontani invero) un esempio di sviluppo e sforzo coeso che ha dato risultati straordinari.

L’evasione fiscale, insieme alle criminalità organizzate sono il vero cancro morale ed economico che proietta sinistramente le sue metastasi in quasi tutti i settori produttivi. Oltre a quelli la fatiscenza strutturale della pubblica amministrazione implementa una drammatica inefficenza che incide pesantemente sulla vita di ognuno di noi.

Anni e anni di riforma burocratica hanno sortito miseri effetti sul macrosistema.
Se infatti l’autocertificazione ha eliminato qualche coda negli uffici pubblici, è piuttosto nell’assegnazione degli appalti, nella lentezza mortale tra la decisione politica e la realizzazione delle opere che insiste un’abnorme levitazione dei costi, senza contare l’assenza, o almeno la scarsità, dei controlli sulle realizzazioni che ci ha regalato ospedali mai entrati in servizio, strade costate milioni e milioni che finiscono nel nulla, termovalorizzatori che sono cattedrali nel deserto mentre la monnezzaammorba le città del Sud.

Pertanto, ci sembra evidente che lo strumento fiscale adeguatamente ed equamente utilizzato e una VERA riforma della pubblica amministrazione siano quelli che maggiormente potrebbero contribuire ad un vero New Deal italiano che ridarebbe speranza e forza vitale al Paese, incidendo sui privilegi e sulla malversazioni.

La fuga dei cervelli di cui tanto si parla, è ormai un torrente in piena, di migliaia e migliaia di giovani, preparati e volitivi a cui sembra di non avere nessuna chance in Italia.
Questa risorsa è tanto più preziosa, se consideriamo che la disparità dei costi della vita hanno messo alcune economie orientali (Cina e India segnatamente, ma non solo) nella condizione di essere impareggiabilmente concorrenziali nelle produzioni di basso o medio tenore tecnologico.

La Germania, che se ne uscì dalla II guerra mondiale con immani distruzioni, ha creato un’amministrazione pubblica rigorosa ed efficiente che dialoga con il sistema produttivo e non lo vessa, premia le aziende che investono sull’innovazione e non ha perso la sua rincorsa uscendo per prima dalla crisi nonostante il pesante fardello che si è sobbarcata sostenendo le economie deboli della UE.

Se possiamo costruire automobili come loro e le nostre aziende si aggiudicano importantissimi appalti nel mondo intero, cosa c’impedisce di mutuare il suo esempio virtuoso e le sue buone pratiche amministrative?

Certamente tutto questo avrebbe costi e sarebbero necessari adeguati interventi ed ammortizzatori attivi, ma sarebbe l’ora che non fossero sempre i più deboli a sopportarne il peso. Va da se che nella piramide sociale la parte più ampia è quella sottostante, ma la disattenzione alle sofferenze di questa base rischia di causare un crollo dell’intera figura, con conseguenze inimmaginabili nella loro gravità.

Giovani, immigrati, persone a basso reddito stanno soffrendo le conseguenze di una ricetta bugiarda e ingiusta, quella proposta a suo tempo da quegli economisti chiamati i “Chicago Boys”, che teorizzavano l’assoluta preminenza del mercato e l’espulsione del pubblico dalle attività produttive sostenendo che il mercato avrebbe risolto tutto, riequilibrandosi dopo una fase critica e continuando a garantire a tutti merci e servizi in abbondanza e democrazia politica.

Non si tratta quindi a nostro avviso di applicare correttivi od escamotages finanziari ad una logica fallimentare, ma di avviare un processo di moralizzazione della produzione e della pubblica amministrazione, di costruire speranze e sostenerle, di ridare a questo nostro Paese e ai nostri figli una prospettiva credibile di benessere e libertà

Noi musulmani siamo pronti a fare la nostra parte, coraggiosamente e fattivamente, insieme a tutti gli altri, in sforzo coerente e coeso nell’interesse del bene comune.

Agli Stati Generali della Precarietá 2.0 si prepara lo sciopero

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di Davide Piccardo

Precarietá è un termine entrato prepotentemente nel vocabolario comune da almeno una decina d’anni, un parola che viene pronunciata sempre più spesso, e viene pronunciata, anche da chi non se lo sarebbe mai aspettato. Si espande a macchia d’olio e sembra non voler risparmiare nessuno, travolge diritti acquisiti e non fa differenza tra generazioni, anche se ha un debole per i giovani.
Quando sei precario hai ben pochi diritti, non esistono le ferie, e normalmente è meglio, perchè non avresti i soldi per partire, è meglio che non ti ammali perchè a fine mese al posto dei 1000 euro te ne troveresti 800, dimenticati la pensione,  non pensare di avere un figlio, la maternitá non esiste e, soprattutto, se aspetti un bambino probabilmente il tuo contratto non sará rinnovato. Vuoi comprare casa? Ci dispiace, non basta piú essere pronti a pagare uno stipendio intero ogni mese per 30 anni per avere un tetto sulla testa, al mutuo non tu non puoi accedere. Non offri abbastanza garanzie.

L'avvento della precarietà risponde a cause differenti, da una parte c'è la terziarizzazione dell'economia, la riduzione del lavoro in fabbrica, la crescita degli impiegati nella  produzione intellettuale nel “primo mondo”, cosa che implica in certi casi una maggiore flessibilità del lavoro; dall'altra parte, è in corso una guerra contro i diritti dei cittadini-lavoratori; una guerra che precarizza non solo il lavoro, ma l’intera esistenza, la formazione del sapere e la ricerca. Si utilizza come pretesto l'evoluzione dell'economia globale per accentuare lo sfruttamento delle persone, aumentare i profitti ed imporre una concezione del lavoro ottocentesca.
Questo processo determina di fatto l'esistenza di una massa di lavoratori senza diritti.Le cifre fornite dagli esperti sono impressionanti, si parla di una percentuale di lavoratori precari che sfiora il 70% dei lavoratori totali; questa cifra spiegano, si otterrebbe sommando il 28% di lavoro nero ai contratti atipici e a quelli delle imprese con meno di 15 dipendenti, e per questo non tutelate dall’articolo 18. Buona parte di queste persone,  sono  sottoposte  al ricatto quotidiano, e apparentemente senza nessuna forza contrattuale, persone intrappolate in un'attesa infinità della stabilità. Anche le organizzazioni sindacali classiche, si sono rivelate a dir poco insufficienti ad arrestare l'avanzata della precarietà, l'incapacità di opporsi adeguatamente alla legge Treu e successivamente alla legge 30  lo dimostrano. Attualmente gli stessi sindacati sono percepiti da chi si occupa di precarietà, come soggetti troppo concentrati sulla difesa di un modello residuale e poco propensi a farsi portavoce delle nuove esigenze del preariato.
Per cercare di trovare e proporre soluzioni a questa situazione, il 15 e il 16 gennaio, si sono svolti gli Stati Generali della Precarietà. La data non è stata scelta a caso, visto che, il 23 gennaio, sará l’ultimo giorno valido per impugnare i contratti di lavoro precario davanti al giudice, poi secondo la norma stabilita nel “Collegato Lavoro”, ci sará un condono totale.

La seconda edizione di questa due giorni di dibattiti e laboratori sul tema ha una sede emblematicamente molto precaria. Il Centro Sociale La Fornace, appena rioccupato dopo lo sgombero della settimana scorsa. Gli Stati Generali puntano ad elaborare un “punto di vista precario”, pensare e proporre un nuovo modello di stato sociale che non si basi più esclusivamente sul lavoro ma che si fondi sulla cittadinanza. In questo senso si muovono, per esempio,  gli interventi del Professor Fumagalli, esperto in materia, che dimostrano come sarebbe doveroso ed economicamente sostenibile un nuovo sistema di welfare che sia in grado di rispondere all’attuale condizione lavorativa di milioni di persone. Il Welfare Metropolitano per esempio si fonderebbe sull’istituzione di un reddito minimo di cittadinanza, in grado di garantire la possibiltá per i cittadini di non sottostare al ricatto del lavoro iniquo.

Riscuote un grande interesse il workshop: Precarietà migrante,migranti nella precarietà, lavoro, lotte e razzismo”; i partecipanti analizzano la particolare condizione dei migranti precari, soggetti doppiamente sfavoriti e discriminati dai datori di lavoro e spesso dell’ostilitá delle istituzioni che condizionano il loro diritto ad esistere ad un contratto di lavoro regolare ed indeterminato al quale non riescono ad accedere. Si parla del prossimo Primo Marzo, giorno che evoca il primo sciopero dei migranti compiuto nel 2010 e che le organizzazioni dei migranti vogliono ripetere con una maggiore attenzione alla tematica del lavoro.

Tra i protagonisti delle due giornate c'e il collettivo “Intelligence Precaria” che si dedica alla realizzazione  e diffusione di studi approfonditi sulla tematica; un esempio di  utilissima pubblicazione sono  i  “Quaderni di San Precario”, un volume che contiene ricerche ed interventi di vari ricercatori sulle questione legislative legate alla precarietá.

Nel pomeriggio del sabato si analizzano i fatti di Roma del 14 dicembre che molti non esitano a definire come uno spartiacque, quest’esplosione di rabbia, che per la prima volta in tanti anni è stata sostenuta dalla gran parte del movimento, ha stupito tutti. Anche i piú esperti conoscitori delle piazze sono rimasti totalmente sorpresi dalla forza e dalla spontaneitá degli scontri. A Roma, giovani studenti delle superiori, universitari, precari, operai metalmeccanici e disoccupati hanno manifestato tutta la loro frustrazione ed indignazione. Questa è la presa di coscienza di un' intera generazione, dicono i molti.

Riuscire ad identificare le componenti sociali che esprimono questo disagio, riuscire a tessere reti di comunicazione e collaborazione con queste parti di societá sará una delle prossime grandi sfide per il movimento dei precari che ha come prioritá immediata stabilire forme di autorganizzazione che includano tutti quei soggetti che subiscono la precarizzazione.

La parola d’ordine per il futuro, sembra essere “sciopero precario”, un possibile sciopero che, ad ascoltare gli applausi della platea, si fará presto.

Precariato, nuovi diritti e reddito di cittadinanza

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di Paolo Gonzaga

Il presidente dell’Inps,  lo scorso 6 ottobre, sulle pagine del Corriere della Sera ha chiosato al convegno dell’Ania e Consumatori: “Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale”. Sui quotidiani si evidenza che “questo significa che, mentre i lavoratori che entro 12 mesi raggiungono il diritto al pensionamento possono consultare online quanto riscuoteranno, per i precari l’incertezza sulle cifre è assoluta. I contributi che pagano oggi, ovvero il 26% del loro stipendio, finisce nelle casse dell’istituto di previdenza per pagare nonni e genitori. Non certo il loro futuro”.
Questa notizia dovrebbe farci riflettere sui cambiamenti in atto, sul fatto che i sindacati tradizionali non hanno ancora compreso l’importanza della tutela del nuovo soggetto centrale del paradigma produttivo della post-modernità, il precario, e che se non tentiamo di rappresentarci noi stessi e non proviamo a portare avanti le istanze di rivendicazioni di base per la vasta gamma di soggetti che rientrano nella categorie della precarietà, non ci sarà nessuno altro a farlo.   
Proprio perché il fordismo-taylorismo è terminato assieme al 20esimo secolo, bisogna prendere atto che la situazione sociale è completamente cambiata e non si può non prendere atto del passaggio del testimone epocale che è avvenuto senza dubbio almeno dai primi anni ’70: il soggetto centrale motore del cambiamento, la nuova figura destinata a rappresentare gli sfruttati, non è più l’operaio-massa della Fiat e dei grandi complessi industriali ma è ormai rappresentata da quello che alcuni marxisti eretici avevano chiamato “l’operaio-sociale” già nei primi anni ’70.
L’operaio sociale è forte e presente più che mai, deve solo ancora acquisire la coscienza di classe. Chi è l’operaio sociale oggi? E’ il precario. Oggi, nella società della post-modernità, il precariato è ormai una condizione diffusa e provata per almeno un periodo della propria vita anche dai pochi che sono riusciti successivamente a lavorare con forme contrattuali più tutelanti sul piano dei diritti, cosa comunque ormai rarissima. Personalmente però credo che non sia la precarietà in sé a costituire il problema principale, non so quanti vorrebbero tornare al vecchio posto fisso, garantito ma spesso noioso e frustrante, ammesso sia possibile nell’economia globale in cui viviamo e in un mondo dove la precarizzazione del lavoro, dei diritti, delle libertà è in piena attuazione, in un sistema economico che fa dello sfruttamento più brutale la sua caratteristica principale, in una finanza sempre più virtuale. In Italia la sinistra, sindacati in testa, non riesce ancora a capire il cambiamento radicale del paradigma e continua perciò a giocare in difesa per quanto riguarda le politiche del welfare, concentrandosi esclusivamente su lotte per difendere conquiste antiche e legittime e oggi sotto attacco, come il continuo slittare in avanti dell’età pensionabile, l’orario di lavoro nelle fabbriche… Siamo d'accordo e saremo sempre pronti a lottare per difendere le conquiste storiche del movimento operaio come avverrà a Roma sabato prossimo con la manifestazione della Fiom, ma dobbiamo rilanciare rispetto alle nuove figure del lavoro. Gran parte delle risorse destinate al welfare sono spese per le casse integrazioni, per sussidi di disoccupazione a cui i precari non potranno nemmeno aspirare mai a chiedere, perché le caratteristiche per accedervi sono legate all’economia fordista del secolo precedente, non contemplano i contratti atipici cui sono sottoposti i nuovi precari e sono praticamente disegnati per tipologie di lavoratori corrispondenti ad un modello economico ormai superato. Oppure si spendono miliardi per la formazione professionale che spesso consiste in corsi di formazione fantasma o nel migliore dei casi, inutili, quando non sia invece puro sfruttamento gratuito di manodopera altamente scolarizzata, che per tentare di entrare nel mondo del lavoro ormai passa da un master (a pagamento) a uno stage gratuito sempre più spesso.
Nell’epoca dell’operaio sociale non è più la produzione materiale di beni fisici l’elemento centrale dell’economia, ma la produzione intellettuale ed il lavoro cognitivo. I precari di oggi assorbono conoscenze e saperi e li diffondono nella società, perciò producono ricchezza, contribuiscono all’arricchimento generale. Gli individui nel loro vivere insieme producono ricchezza, e se tutti noi provochiamo ricchezza mentre viviamo, cooperando tra di noi nei più svariati campi, è giusto che tutti noi riceviamo un compenso per questa ricchezza prodotta tramite la cooperazione. Mentre viviamo produciamo saperi, conoscenze, raffiniamo tecniche collettive, produciamo valore.
Si tratta perciò di elaborare un nuovo welfare, che ruoti intorno all’idea di una società solidale. Le nuove tecnologie possono aiutarci a lavorare meno e ad avere più tempo libero. Ad esempio i servizi di cura alle persone devono essere intensificati, è assurdo che i nostri anziani debbano passare la vecchiaia in strutture tristi e alienanti, mentre potrebbero godere del calore di una comunità che li circonda.  
I precari sono ormai sempre di più e una delle prime rivendicazioni di questo blocco sociale deve essere il reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza o di esistenza dovrebbe, conformemente al paradigma attuale, essere diritto di tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro situazione lavorativa. Questo per le ragioni sopra esposte, oltre che per altri motivi che è troppo lungo qui illustrare. Certamente però sarebbe velleitario cercare di passare dal regime attuale di assenza totale di supporto finanziario ai precari e di mezzi che li tutelino nei periodi di disoccupazione forzata, al reddito di cittadinanza universale. Bisognerà passare per delle fasi intermedie che contemplino inizialmente solo un reddito minimo per tutti coloro che si trovino senza un’occupazione, per qualsiasi motivo e indipendentemente dal lavoro svolto o meno in precedenza, per cui ad esempio lo studente che esce dall’università e magari dal dottorato, non deve poi accettare anni di stage non pagati o borse di studio mortificanti, master ultra-costosi per poi magari doversi arrendere e fare il cameriere nel week-end fino ad abbandonare tutto perché con le mance guadagna molto di più e anche lui in fondo magari nel frattempo si è formato una famiglia. Tutti coloro che hanno la partita Iva, nuova frontiera dello sfruttamento, dovrebbero poter contare su un minimo income nei periodi di crisi, tutti coloro che lavorano a progetto o con contratti a tempo devono avere la garanzia di una continuità nel loro reddito, così da eliminare gli aspetti più deleteri della precarietà: l’incertezza esistenziale, l’angoscia per il futuro…………
Sul piano pragmatico il reddito di cittadinanza è un’opzione realizzabile, e una sinistra che voglia ritrovare una ragione di esistenza dovrebbe puntare molto sull’istanza del reddito per tutti i disoccupati, nella cornice di un progetto complessivo per un nuovo welfare che prenda atto del cambiamento del paradigma lavorativo e produttivo. Il terzo settore, il settore della cura alle persone, dell’ assistenza sociale e della solidarietà potrebbe diventare un settore che crea lavoro e benessere per tutta la società.    
D’altra parte l’esistenza di un reddito di cittadinanza, ma anche solo di un semplice reddito minimo garantito come primo passo, avrebbe effetti positivi anche per i lavoratori dei settori tradizionali del lavoro materiale, perché non ci sarebbero più i tanti disperati che oggi accettano un lavoro per pochi soldi: se una persona riceve una cifra al mese, difficilmente sarà disponibile a farsi sfruttare per meno o per la stessa cifra o anche per una leggermente superiore. In questo modo molti dei conflitti tra poveri che caratterizzano le società moderne e l’Italia in modo particolare scomparirebbero.
Questa misura così importante potrebbe essere sovvenzionata da una tassazione sulle rendite da introdurre, tagliando dalle spese militari, combattendo seriamente il lavoro nero e l’evasione fiscale.
Fatte queste considerazioni teoriche, credo che il Popolo Viola nelle sue varie articolazioni, proprio per la sua composizione sociale, sia il soggetto politico che meglio potrebbe rappresentare queste istanze. Cominciamo a far sì che la discussione diventi centrale sui massmedia mainstream oltre che sul web, elaboriamo una piattaforma rivendicativa da sottoporre a sindacati tradizionali e di base, creiamo nuove alleanze con altre realtà di precari organizzati e mettiamo queste istanze all’inizio della nostra agenda politica. L’obiettivo minimo da raggiungere nella fase attuale è quello di un assegno per tutti i disoccupati, a prescindere dai contratti che abbiano avuto in precedenza. Questa misura è già presente in tutta Europa e solo Italia e pochi altri non prevedono tale fondamentale ammortizzatore sociale: poniamolo al vertice delle nostre rivendicazioni, iniziando da Roma sabato prossimo! Continuità di reddito per i precari!