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Riflessioni sull "Islam moderato"

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di Ahlam El Karouni


Quest’articolo prenderà in considerazione l’argomento dell’islam moderato sotto diversi punti di vista.
Il termine islam moderato è un termine che designa un concetto errato per diverse ragioni. La prima ragione è di tipo logico-intellettuale, che mostra come questo accostamento di termini indichi qualcosa di inesistente nell’islam ma che è stato inventato appositamente per scopi che spiegheremo in seguito.
È errante parlare di islam moderato perché il concetto di moderazione, se aggiunto ad un’idea oppure ad un concetto in generale come in questo caso all’islam, sta ad indicare che quel stesso concetto è in se “non moderato”, altrimenti –logicamente- non si dovrebbe aggiungere l’aggettivo “moderato”. In altre parole quando usiamo l’espressione “islam moderato” stiamo assumendo la posizione secondo cui l’islam in se non lo è, l’accezione del moderato sta proprio ad indicare la modifica del primo concetto, islam, in un altro concetto, ossia islam moderato, che diventano perciò due entità diverse.
Il concetto di moderazione è un concetto esistente nell’islam, ma si tratta di un concetto interno ad esso, non esterno, ossia non c’è nessun parametro esterno o nessuna ideologia esterna all’islam che definisce che cosa sia la moderazione e poi la applica all’islam ma è l’islam stesso che include un concetto di moderazione, espresso da Allah nella sua rivelazione e spiegato dal suo Messaggero negli ahadith. Questo punto, anche se può sembrare astratto o banale, costituisce un passaggio di estrema importanza, poiché diventa una base di pensiero e conseguentemente di giudizio.
Detto questo passeremo a spiegare il concetto di moderazione nell’islam e il concetto di moderazione inteso da alcuni studiosi occidentali, la cui posizione è condivisa anche da alcuni intellettuali arabi e musulmani, per mostrare come le due visioni siamo incompatibili e come di conseguenza il concetto di islam moderato sia un concetto sbagliato.
Ci sono diversi termini in arabo che significano “estremismo”. Il termine al-mughaalaah (estremismo) oppure ghulou (eccesso) significano accrescere, esagerare. Mughaalah nella religiosità è la rigidità nell’eccedere il limite ordinato e voluto da Sharia. Esso è definito anche ifraat. In contrasto alla mughaalaah c’è il tafrit (negligenza), deriva dal verbo farrata che significa rimanere indietro, trascurare e mostrare debolezza, tafrit nella religione significa quindi negligenza, trascuratezza, noncuranza delle regole e mostrare debolezza nell’eseguire i propri doveri religiosi. Da ciò deriva infatti l’affermazione “‘laa ifraat wa laa tafrit fil islam”, intendendo con questo che non c’è ne eccesso ne negligenza nell’islam. Per quanto riguarda “iqtisad” (posizione di mediazione), si tratta di tawassut (posizione mediana), i’tidal (moderazione), rushd (sincerità, onestà), istiqaamah (rettitudine, correttezza). Mu’tadil nella religione è colui che aderisce agli ordini di Allah e non devia da esso ne verso ifraat ne verso tafrit.
tra loro c’è una comunità che segue una via di moderazione, ma malvagio è quello che fanno molti di loro” (Versetto 5.66).1
Quando esaminiamo questi termini fra di loro capiamo che al musulmano è richiesto aderire ai limiti imposti da Allah e non sorpassarli e nel fare questo deve essere mu’tadil e mustaqim. Il significato è chiaro, è quello di aderire a ciò che Dio ci ha ordinato e di allontanarci da ciò che Dio ha vietato. Istiqamah qui ha lo stesso significato di ‘ittaqi ( abbi timore di Dio). Il concetto è ancora più chiaro nel versetto
invitali dunque[alla fede], procedi con rettitudine come ti è stato ordinato e non seguire le loro passioni.” (42.15).
Il musulmano non è in grado di capire da se la taqwa e la direzione della rettitudine; se fosse lui a decidere che cosa sia moderazione andrebbe o verso tafrit o verso ifraat. Perciò non c’è istiqamah senza seguire la rivelazione di Allah, intesa nel senso di seguirla essa sola e renderla la base dell’agire e del giudizio e non sorpassare i suoi limiti. Ciò che sta dietro questa condanna dell’eccesso e del relativismo allo tesso tempo è proprio l’equilibrio con cui l’islam vede la natura dell’essere umano. Entrambi questi tipi di individui distruggono se stessi e non vivono la vera serenità, il primo che rappresenta l’eccesso, segue una strada di ostinazione illimitata, il secondo che trascura, vuole piacere alla gente e non si cura di piacere al Misericordioso. È da questo punto di vista che dobbiamo intendere le parole di Allah
e Così facemmo di voi una comunità equilibrata, affinché siate testimoni di fronte ai popoli e il Messaggero sia testimone di fronte a voi.” ( 2.143) .,” sii dunque retto come ti è stato ordinato, tu e coloro che si sono convertiti insieme con te. Non prevaricate, ché Egli osserva quello che fate” ( 11.112).
Da quanto detto prima capiamo quindi che l’individuo musulmano non può decidere da se cosa sia moderazione e cosa sia estremismo, perché innanzitutto ci sarebbe una condizione di relativismo prepotente che regnerebbe sul giudizio di ogni musulmano, cioè ogni musulmano acquisirebbe una propria concezione di moderazione, che contrasterebbe con quella dell’altro musulmano e così via e cos’è questo se non distruzione del concetto di ummah?. In secondo luogo l’individuo lasciato a decidere da se non seguirebbe mai la vera moderazione, quella voluta da Dio, ma andrebbe o verso ifraat o verso tafrit, cioè o verso l’eccesso o verso la negligenza, perché seguirebbe ciò che gli ordina il proprio desiderio.
Dopo questo passiamo a spiegare quanta importanza ha avuto e ha tuttora il concetto di Islam moderato nella visione statunitense delle relazioni con il Medio Oriente, nonché delle condizioni delle comunità islamiche residenti in America e anche in Europa. Quanto quindi esso sia importante nella dimensione politica.
Possiamo affermare che l’islam moderato stesso come concetto è nato grazie all’America. Nel fare questo ci appoggeremo a documentazioni rilevanti pubblicate nell’ambito delle relazioni strategiche tra Gli Stati Uniti e il Medio Oriente.
Prenderò in considerazione una pubblicazione della RAND Corporation, un importante think tank statunitense che si occupa di politica globale.2
In questa pubblicazione, intitolata Building Moderate Muslim Networks, si afferma come sia strategico per gli USA contribuire, se non addirittura creare appositamente, delle “reti moderate islamiche”, che possano conquistare il consenso delle popolazioni locali e che in ultima istanza appoggino quindi l’ideologia liberale occidentale, solo così si può sconfiggere quella parte del mondo arabo-islamico, che aspira all’applicazione della sharia nei Paesi musulmani. Questo passaggio è di estrema importanza, perché come si afferma nel Quardrennial Defense Review Report del Dipartimento di difesa americano “ gli Stati Uniti sono coinvolti in una guerra che è sia una battaglia di armi che una battaglia di idee, nella quale l’ultima vittoria può essere vinta solo quando le ideologie estremiste sono discreditate negli occhi delle loro popolazioni e dei taciti sostenitori”3. Nella prefazione del testo si afferma in modo chiaro inoltre come “la battaglia che il mondo musulmano conosce oggi sia essenzialmente una battaglia di idee, il cui esito determinerà il futuro del mondo musulmano ma anche la sicurezza dell’Occidente.4

Il testo sostiene l’appoggio all’islam moderato a partire anche dalla constatazione del fallimento di strategie precedenti, quali la creazione di canali ad hoc per rappresentare la voce americana nel mondo arabo. Ad esempio Al hurra e Radio Sawa, nonostante l’alto finanziamento (700 milioni di dollari all’anno), non sono state in grado di cambiare l’opinione pubblica araba sull’America e neanche di alleviare la formazione delle cosiddette ideologie estremiste.
In altre parole gli Stati Uniti hanno capito che è difficile allontanare le popolazioni islamiche dalla loro religione, è difficile esportare il sistema liberal-democratico odierno con il suo neoliberismo e laicismo senza che questo incontri ostacoli poiché esso è in contrasto con la visione islamica di Stato e della politica. La soluzione risiede perciò nel trovare un compromesso che consista nell’esportare l’ideologia neoliberale nel mondo arabo-islamico in un modo che non sia contrastato dall’islam, per fare questo bisogna trovare un appoggio da parte dei musulmani stessi, ossia rendere l’ideologia neoliberale compatibile con l’islam. È necessario a tal fine il sostegno nonché l’approvazione dei musulmani, almeno di una certa parte intellettuale, che si occupa del mondo sociale e che riuscirebbe a comunicare il messaggio con maggior facilità. Questo è il lavoro che dovrebbero svolgere, secondo il documento, quelli che sono definiti nel testo Moderate Muslim Networks. Bisogna notare qui come l’obbiettivo sia quello di sfruttare certe visioni interne all’islam, perché come succede in ogni società affinché un’idea esterna possa avere successo necessita di una legittimità dall’interno. Questa legittimità, ipotizza la RAND, può essere raggiunta attraverso il ruolo dell’islam moderato.
Il testo definisce anche le caratteristiche del musulmano moderato come di colui che condivide le dimensioni chiave della cultura democratica. Questi includono l’appoggio per la Democrazia e i diritti umani riconosciuti internazionalmente, inclusa la l’uguaglianza di genere, l’accettazione che ci sono altre fonti di legislazione oltre a Sharia e l’opposizione al terrorismo e altre forme illegittime di violenza.5
Parla anche dei possibili alleati, tra cui innanzitutto coloro che appoggiano la secolarizzazione del mondo arabo-islamico e i liberali. Elenca inoltre una serie di elementi fondamentali che possono contribuire a ciò, tra cui varie ONG, associazioni di vario genere ma soprattutto quelle che si occupano delle donne, nonché le istituzioni importanti come le università, oltre allo sfruttamento di personaggi importanti quali giornalisti e scrittori rilevanti, senza dimenticare ovviamente il ruolo importante che svolgono i Media.
Un altro punto interessante di cui il testo parla è il confronto fra ciò che era stata la minaccia sovietica della guerra fredda e ciò che è oggi la minaccia dell’islam per l’America, un intero capitolo è dedicato a tale questione col titolo “ paralleli tra la guerra fredda e le sfide del mondo musulmano oggi”.Questo parallelismo è stato spesso usato per spiegare la guerra che gli Stati Uniti conducono in vari Paesi islamici, come l’Iraq e l’Afghanistan, una guerra in cui si è personificata una minaccia. A tal proposito cito un documentario della BBC intitolato “ the Power of Nightmares, the rise of politics of fear” trasmesso nel novembre 2004, questo documentario analizza come la retorica politica internazionale stia creando la paura come mezzo politico e come fonte di manipolazione. In base a ciò che svela il documentario il fallimento del liberalismo americano durante gli anni Sessanta e Settanta e il progressivo decrescere dello stato di legittimità americana nella scena politica internazionale spinse lo Stato a cercare nuove vie per restaurare il potere e l’autorità. Invece di far sognare, come facevano una volta, i politici iniziarono a promettere protezione dagli incubi per acquisire maggiore legittimità. Nel passato l’Unione Sovietica era l’incubo da combattere per eccellenza, dopo l’11 settembre un nuovo incubo si sta sviluppando e delineando anche se in realtà il processo era già in atto dagli inizi degli anni Novanta, un incubo che incute paura e che spinge la politica estera americana a prendere provvedimenti contro ciò che è impacchettato nella formula di “fondamentalismo islamico”. Il bisogno di combattere i fondamentalisti islamici per la sicurezza nazionale e la pace nel mondo è divenuta la preoccupazione predominante6.
Da quanto esposto finora si può capire come l’idea che l’Occidente ha della moderazione è diversa da quella che l’Islam include, la prima è un’idea relativista che in base al cambiamento del tempo e delle circostanze e dei pensieri cambia anche l’idea di moderazione, la seconda invece è spiegata all’interno della rivelazione di Allah e mostrata dalla sunna, quindi se la prima è relativa, la seconda mira proprio ad evitare il relativismo. Chi decide cosa è estremismo e cosa non lo è? Se dovessimo seguire la prima direzione arriveremmo anche a pensare che il hijab ad esempio fosse una forma di estremismo (come ritiene una parte dell’Occidente nonché una parte dell’ambiente intellettuale arabo, i cosiddetti intellettuali liberali arabi, oltre ad alcuni pensatori che si definiscono essi stessi islamici); questo è quello che può implicare ad esempio un’interpretazione dell’islam nella chiave di moderazione così come intesa e voluta dal pensiero liberale occidentale, che contrasta però palesemente, coma abbiamo visto, con il concetto di moderazione nell’islam.
L’islam moderato costituisce un pensiero errato anche per un altro motivo, diverso da quelli finora esposti. Come abbiamo spiegato prima l’obiettivo degli Stati uniti e di altre potenze occidentali nell’appoggiare i cosiddetti musulmani moderati risiede nella loro paura che i musulmani, rifacendosi all’islam, possano rappresentare un pericolo per i loro interessi e al liberalismo come sistema politico egemone in quanto l’islam sfida i suoi stessi principi essendo intrinseca nell’islam la dimensione politica. Questa affermazione, intellettualmente innegabile poiché è vero che l’islam e il liberalismo sono due sistemi diversi, presenta però una fallacia, tale per cui, come si sente dire spesso, se i musulmani vivono in Occidente devono condividere completamente il sistema ideologico che esso presenta, ossia integrarsi, altrimenti non hanno diritto di viverci.
Questo punto di vista non è corretto per una ragione assai semplice che cercherò di spiegare.
Il liberalismo come sistema in se, ossia come pensiero e teoria che ha generato la realtà politica, economica e sociale dell’Occidente di oggi, quindi il principio basilare sul quale si fonda la civiltà occidentale odierna, non richiede che le persone che vivono al suo interno debbano condividerne necessariamente la base intellettuale.
David Miller, un teorico politico britannico, scrive che “ Gli Stati liberali non richiedono che i loro cittadini credano nei principi liberali, visto che tollerano comunisti, anarchici, fascisti ecc. Ciò che richiedono è che i cittadini si conformino ai principi liberali nella pratica e accettino le legittime politiche perseguite nel nome di tali principi, ma sono liberi di sostenere posizioni alternative.”7
Questo è un passaggio importante che riassume un concetto rilevante alla base di tanti sistemi, per capirlo basta osservare le società di oggi. Molti individui nelle società occidentali di oggi non condividono la visione del loro sistema, molti “occidentali” non condividono neanche l’idea di Stato-Nazione, ci sono tuttora persone che ad esempio aspirano al comunismo nella sua forma di sindacalismo rivoluzionario e si ispirano nella loro vita più ai discorsi di Lenin e Rosa Luxemburg che ai politici odierni, ma ciononostante sono tollerati dallo Stato, nella misura in cui ovviamente non ne capovolgano l’esistenza. Perché questo atteggiamento non è consentito ai musulmani? Perché essi invece devono credere assolutamente nei principi liberali occidentali, nonostante sia lo stesso sistema liberale, almeno nella sua teoria, a prevedere che si possa credere in posizioni alternative? Evidentemente la comunità islamica costituisce una eccezione sgradevole agli occhi dell’Occidente illuminato.
In conclusione possiamo ribadire come non abbia senso parlare di musulmani moderati o musulmani estremisti, in quanto la moderazione e l’estremismo sono due concetti relativi, la cui misura potrebbe cambiare nello stesso modo in cui la moda cambia i gusti; ciò di cui si può parlare sono le idee, che possono essere confermate, smentite, argomentate e contro-argomentate dallo studio del Corano e della Sunna, senza la pretesa a priori di rendere tali idee conformi a dei parametri esterni o a degli interessi particolari.



1Traduzione Corano di Hamza Roberto Piccardo.

2È un Think Tank statunitense che si occupa di politica globale. Fu istituito dal dipartimento di difesa americano per offrire ricerca e analisi. È attualmente finanziato dal governo statunitense ma riceve importanti finanziamenti anche da enti privati. Ne hanno fatto parte diversi personaggi importanti della politica americana, come Condoleeza Rice e Donald Rumsfeld, ma anche studiosi importanti come Fukuyama.

3RAND, Center for Middle East Public Policy, A. Rabasa, C. Benard, L.H Schwartz, P. Sickle, Building Moderate Muslim Networks, Pittsburgh. Reperibile su www.rand.org

4Ivi, preface

5RAND,op.cit, p.66

6The Power of Nightmares, the rise of politics of fear,2004, reperibile sul sito www.youtube.com

7D Miller, ‘Immigration, nations and citizenship’, paper presentato ad una conferenza
5–6 Luglio 2004, sponsorizzato dal Centre for Research in the Arts, Social Sciences
and Humanities (CRASSH), University of Cambridge, Cambridge, UK

Lo strabismo dell Occidente

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di Ahmad Abdel Aziz
Questo periodo, per un arabo cresciuto in Occidente, o meglio, per un italiano di origine araba, è un momento particolare.Sul palco della storia è in corso unospettacolo inatteso, quanto mai inaspettato, soprattutto per chi, come me, è cresciuto con la quasi convinzione, indotta ovviamente, che le cose in Italia non cambieranno mai, e in Egitto, mio paese d’origine, ancor meno.
Quando in Tunisia le corpose manifestazioni di piazza, cosa rara nei Paesi arabi, hanno acquisito i connotati di una vera e propria rivoluzione, ho avvertito che la storia stava per attraversare momenti di grandissima intensità.
Il 9 marzo leggo su ‘Il Corriere della Sera’ un articolo di Piero Ostellino dal titolo “La profezia di Oriana”.L’argomentazione principale poggia sui differenti scenari che si potrebbero delineare nei Paesi interessati dal cambiamento e percorsi dalle rivolte, e in Europa, in cui “l’ arrivo di masse di profughi, in fuga da quei Paesi prima della loro stabilizzazione, minaccia di incrementarne il tasso di «islamizzazione»”.
Secondo Ostellino, riassumendo, siamo dinnanzi a due problemi, entrambi per l’Occidente.
Il primo: il rovesciamento dei dittatori, detti anche i custodi della stabilità politica e soprattutto economica, crea un vuoto riempito dagiunte militari, parimenti illiberali” che quindi, oltre al non essere partner affidabili, non sono neppure promotori di democrazia. Questo scenario, al saldo degli eventi, ci presenta una sostanziale perdita di opportunità anche in virtù del fatto che, le nuove classi dirigenti politiche che hanno preso il posto dei vecchi e cari dittatori, vorranno ridefinire, giustamente, i nuovi rapporti politico-economici.
Il secondo problema: riguarda  il pericolo di «islamizzazione». In primo luogo viene presentata come assodata l’equazione per cui all’islam è equivalso un contributo negativo sul piano della modernità dunque della secolarizzazione, sul piano politico e sociale, oltre che sul piano religioso.
Evitando di entrare in analisi antropologiche sulla differenze delle due «civilizzazioni» incompatibili”, ovvero l’Islam e l’Europa, si può affermare che lo strabismo col quale si guarda il mondo al di la dell’Occidente non solo è del tutto inadatto, e si traduce nel non riuscire a comprendere il mondo arabo-islamico, dunque quanto sta accadendo oggi, ma si traduce anche in una assoluta incapacità di comprendere il nostro cambiamento, il cambiamento culturale e sociale dell’Europa. Si continua ad utilizzare lo schema l’Islam e l’Occidente come se l’Islam non fosse già in Europa e come se i musulmani non fossero parte integrante della “cultura comunitaria”.
Ovviamente, da giovane musulmano, europeo di origine araba, come tanti ce ne sono in Italia e Europa, intendo, ad esempio l’utilizzo della terminologia «fondamentalismo islamico», utilizzata come concetto generico, sempre citata quando si parla di Islam o mondo arabo, come l’incapacità di analizzare il cambiamento in modo serio, tralasciando l’allarmismo e gli scenari tratti da “l’ infausta profezia di Oriana” che denotano, oltretutto, anche una sorta di fragilità.
Bisognerebbe dire, in un messaggio chiaro, ai nostri analisti, giornalisti e politici, che o si intraprende la strada della comprensione seria delle dinamiche del cambiamentonel mondo arabo/islamico e a casa nostrao si rischia di scontentare tuttii giovani di piazza Tahrir, che ci guardano attraverso ‘Al Jazeera’ e che -cosa nuova per noi- ci giudicano, e i giovani che crescono nelle nostre città, che, come me, si sentono citare troppo spesso come dei problemi estranei alla nostra civiltà.
Bisognerebbe, inoltre, ricordare ai nostri politici e strateghi, che anche soltanto il pragmatismo economico e politico dovrebbe spingerli verso un ‘utilizzo’ della diversità come connettore di realtà, dunque come motore di relazioni, che sono la base dello sviluppo economico e politico di una Nazione.
Tutto questo, però, è possibile se si ha la consapevolezza che la diversità è un problema se chi la gestisce è incapace di tradurla in possibilità.
Così, mentre il Presidente Barack Obama nomina Gary Locke, il sessantunenne di origine cinese, Ambasciatore a Pechino dicendo”non credo che nessuno sia più qualificato di Gary Locke”, intendendo nessuno è parte di entrambe le realtà, cinese e americana, dunque in grado di comprenderle entrambe, e spiegando anche il pragmatismo della scelta -“la cooperazione fra i nostri paesi farà bene a noi, alla Cina e al mondo intero”-, il nostro Ministro agli Interni, Roberto Maroni, evidenzia quanto poco conosce il mondo arabo, quando, intervenendo  sulla questione Libia, prospetta come “un intervento militare significherebbe la terza guerra mondiale”, perché “un’azione militare forte, in particolare da parte degli Usa non farebbe altro che coalizzare gli altri stati arabi”, senza trascurare, naturalmente, il rischio fondamentalista islamico con Al Qaeda, sia che si parli di Libia, sia che si parli di sbarchi a Lampedusa.
Come dire, il mondo sta cambiandonoi no.

Donne Musulmane tra immaginario e realtà

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di Sumaya Abdel Qader

Nella giornata dedicata alle donne vorrei andare oltre il festeggiamento consumistico che anno dopo anno svuota di significato questa ricorrenza e, girare lo sguardo verso un orizzonte ricco di sfide.
In questo primo articolo vorrei soffermarmi su una di queste: la questione della “libertà delle donne musulmane”. Un tema questo spesso evocato per affermare che “le donne musulmane non godono di libertà e pari opportunità  e che sono vittime di violenza e dunque vanno aiutate” segue così la conclusione “l’Islàm tollera la violenza sulle donne quindi è in contrasto con i principi di libertà e dignità della donna” e per estensione a quelli di “democrazia e civiltà ”.

L’oggetto di ricercare di questo articolo è l’ideologia o l’idea che sta alla base di questo pensiero.  Prenderò a titolo esemplificativo la discussa questione del Niqab, per proporre la mia tesi e iniziare a tracciare una via da percorrere.
Prenderò in considerazione principalmente il contesto italiano.
La stampa e il discorso politico italiano, sempre più, affrontano il tema della donna musulmana in modo improrpio e fuorviante. Questo infatti viene legato in modo sconnesso e inopportuno al tema dell’immigrazione, alla sicurezza, alle moschee, al pericolo della perdita d’identità, all’instabilità sociale, alla divergenza dell’Islam dai principi occidentali, laici e democratici. Un minestrone di questioni che diventano ragione di allarmismo di una presunta minaccia dell'integrità culturale del paese.

Così, il mondo islamico è descritto come “l’unica realtà rimasta, in questo mondo civilizzato” che non riconosce i diritti e libertà alle donne. Un discorso, certo non nuovo, specie in ambito della lettura classica orientalista e colonialista ma che oggi ha una diffusione globale e “conseguenze di massa” significative.
Le reazioni da parte della popolazione a questo discorso sono molteplici: paura, diffidenza, confusione, incapacità di prendere posizione e al peggio intolleranza e razzismo.
Cominciamo a individuare “il problema” o forse i problemi. Poniamoci delle domande:

- la questione della libertà e/o dignità delle donne musulmane, oggi, in Italia, che tipo di problema è?
-E’ giusto parlare di donne musulmane generalizzando quando ci si riferisce alla mancanza di libertà e dignità; e in tal senso si può parlare di una causa intrinseca all’islam come religione?

Innanzitutto è sbagliato parlare di donne musulmane generalizzando la loro condizione, si cade nel semplicismo superficiale e non scientifico e ci si rivela ciechi difronte al una complessa e plurale realtà. Dobbiamo e possiamo riconoscere che all’interno della comunità musulmana si possono individuare alcune tendenze che sfavoriscono la libertà e le pari opportunità per le donne, ma è già una diversa impostazione.
Non si possono giustificare queste tendenze puntando il dito “all’arretrata tradizione islamica” perché non ha fondamento, anzi. Semmai andrebbero analizzati altri fattori che possono giustificano certi atteggiamenti come quelli tradizioni locali, culturali, educazione scolastica, interpretazioni strette, chiuse e decontestualizzate del testo coranico e della tradizione profetica.

Quello che alcuni vogliono far passare come il “problema del secolo”, ovvero il rifiuto di riconoscere i diritti, le libertà e la dignità della donna musulmana non fa altro che negare e camuffare il reale problema: una trasversale e preoccupante violenza sulle donne, una trasversale ed irresponsabile politica di discriminazione delle donne e quindi una non raggiunta parità di opportunità, a tutti i livelli della società.

Così, anziché avere un razionale approccio alla lettura di una ampia e complessa questione, il dibattito pubblico si cristallizza sulla presunta “responsabilità” dell’Islam e  la scelta politica si indirizza verso leggi e/o misure restrittive “giustificate”.
Vediamo un esempio critico: la questione del Niqab (il velo integrale che copre il viso, lasciando a volte scoperti solo gli occhi).
Negli ultimi anni si sono distinte più proposte di legge che vorrebbero configurare il reato mirante a sanzionare con arresto da uno a due anni e ammenda da 1000 a 2000 euro (con arresto in flagranza facoltativo) la circolazione a volto coperto per motivi culturali e/o religiosi. Producendo così una specificazione alla legge 152/1975 per i casi di “manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico” fatta eccezione di quelle di carattere sportivo che possano richiedere la copertura del volto con appositi caschi. I motivi culturali e/o religiosi non sarebbero più un “giustificato motivo” per la circolazione a capo coperto in tutti i casi diversi da quelli per i quali il divieto è già previsti dalla legge n. 152.[1]
Tra le varie motivazioni alcune:
a) l’esigenza di protezione dell’ordine pubblico, (ritenuto) minacciato dalla non riconoscibilità/identificazione della persona dal volto coperto;
b) la protezione della dignità umana (art. 2 Cost.), della dignità della donna (art. 2 e 3 Cost.) a cui la copertura del volto risulterebbe imposta da religioni e costumi fondamentalisti e maschilisti.

Ma come si stabilisce che ci possa essere un danno alla dignità umana (specie se la scelta è libera e personale della donna) o che ci sia un pericolo pubblico?
Al di la del giudizio personale o  delle diverse interpretazioni sul se sia obbligo religioso o meno consideriamo l’atteggiamento dei principi costituzionali della repubblica italiana in tema di libertà:
sulla libertà personale (art. 13 Cost.), sulla libertà di circolazione (art. 16 Cost.), sulla libertà religiosa (art. 19 Cost.) e sulla libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.).
Nelle diverse proposte di legge volte a vietare in Niqab, spesso impropriamente chiamato Burqa, non si parla di un reato “di danno” o offesa al bene giuridico protetto (l’ordine pubblico), ma, piuttosto, un reato “di pericolo”, o peggio un “pericolo presunto”, in cui la messa in pericolo del bene protetto dalla norma penale non deve essere accertato ma viene ritenuta insita nella realizzazione stessa del fatto ( la circolazione a volto coperto) senza necessità di indagine alcuna da parte del giudice e, addirittura, senza alcuna possibilità per l'autore del fatto di provare, in concreto, l'inesistenza del pericolo[2].
Inoltre si ritiene che il circolare a viso coperto per motivi culturali e/o religiosi costituisca un’offesa al bene giuridico della dignità umana e, in particolare, della dignità della donna.
Obiettivamente non ha fondamento fare una legge che sia troppo astratta, che presuma qualcosa, e contrasti con principi fondamentali.

Si può ragionare invece sulla possibiltà concreta e già esistente di identificare la persona coperta in viso, in pieno ottemperamento della normativa vigente, in particolare 1) dell’art. 6  D.lgs. n. 286 del 1998 che, recependo la Direttiva 2004/38/CE obbliga gli stranieri a esibire una carta d'identità o una carta di soggiorno, pena una multa e l'arresto fino a sei mesi; 2) dell’art. 651 c. p. che obbliga i cittadini a fornire, su richiesta di funzionari pubblici, informazioni relative alla propria identità personale, al proprio stato o altre qualità personali (in quest’ultima caso, peraltro, il cittadino non è obbligato a fornire un documento d'identità valido potendo fornire le proprie generalità a voce); 3) dell’art. 4 T. U. L. P. S. in base al quale l’autorità di pubblica sicurezza, nell’ambito delle proprie competenze, ha la facoltà di ordinare ad un individuo pericoloso o sospetto di munirsi di una carta di identità e di esibirla ad ogni richiesta degli ufficiali di pubblica sicurezza; 4) della circolare del Ministro dell’Interno 24 luglio 2000, n. 300 che impone che “le fotografie di donne con il capo coperto, da apporre sui permessi di soggiorno, consentano comunque un'esatta identificazione delle loro titolari, anche allo scopo di evitare il rischio di un illecito utilizzo dei permessi di soggiorno” [3].
Questo è legittimo, sufficiente.
Inoltre, nello specifico, come si può dimostrare che si lede la dignità di una donna? Secondo quale parametro e riferimento?

Vogliamo punire la scelta della donna di indossare un indumento che ne comprometta la dignità? E se scelta non è, ma imposizione di un uomo, deve pagare ancora lei anzichè denunciare questo ultimo e renderle giustizia?
Comunque, tornando alle proposte di legge presentate e all’ideologia che vi sta alla base, oltre al rischio di imbattersi in una incostituzionalità per contrasto, come sopra detto, c’è quello di corrompere il principio di “laicità” dello Stato (anche se in Italia sarebbe più opportuno di parlare di Stato multireligioso anzichè laico, dove per laico si intende indifferenza dello stato alla cosa religiosa) .
Ancora: la Corte di Strasburgo ha interpretato il principio della dignità della donna come legato strettamente alla sua autonomia, e, dunque, alla sua libertà di scelta (cfr. KA e AD c. Belgio del 17 febbraio 2005).
Questo, ed altro, converge in un più ampio discorso di discriminazione di genere e razzista.
La tesi di fondo è la seguente: (certo non nuova): continua ad esistere un sessismo ordinario e socialmete “accettato” ed un sessismo “straordinario” espressione culturale dell'Altro[4] che racconta una parte delle realtà.

Personalmete non incoraggio il Niqab e non lo reputo un tema fondamentale. Lo prendo comunque ad esempio perché diventato simbolo della strumentalizzazione di un certo discorso politica atto  a manipolare l’immaginario comune distorcendo la realtà con l'obiettivo non sempre dichiarato di confermare l'esistenza di un'opposizione tra un Occidente moderno ed illuminato e un Oriente barbaro ed oscurantista (punto che nasconde un interesse egemonico/economico da parte di un Occidente che non ha mai smesso di cercare di essere superiore al resto del mondo).

Bene, questa certezza, dell’opposizione tra Occidente illuminato e Oriente barbaro (oggi rappresentato dall’Islam) deve essere scardinata.
Domandarsi se la nostra società gode di buona salute è un dovere. Si potrebbe affermare che la salute di una società si calcola in base alla salute delle sue donne.
L’Italia detiene il triste primato di violenza sulle donne entro le mura domestiche in Europa. Prima causa di morte e invalidità permanente.

Concludendo possiamo affermare che esiste una causa comune da sostenere: battersi contro ogni sistema di disinformazione, e irresponsabilità, garantire certezza del diritto a tutte e tutti, senza distinzioni di origine, religione, pensiero, diritti e libertà, promuovendo una cultura delle pari opportunità attenti alle specificità, nel rispetto e responsabilmente.
Avere il coraggio di criticare la nostra società, lottare contro la strumentalizzazione politica, cercare soluzioni a problemi reali: questa è la sfida.




[1] Alessandro Ferrari, commenti alle proposte di legge sul Niqab
[2] A. Ferrari, Ibidem
[3] A. Ferrari, ibidem
[4] Malika Hamidi

Per convivere: ritrovare la cooperazione e pensare la vita fuori dal mercato.

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di Davide Piccardo


La Storia dell'umanità è segnata da una continua e progressiva perdita di autosufficienza. La possibilità di vivere in assenza di rapporti sociali, produttivi e commerciali con gli altri, è diminuita progressivamente. Mentre l’indipendenza economica dei primitivi era pressoché totale, la società contadina inizialmente si basava sul nucleo famigliare e successivamente, dipendendo dai contesti, su quello tribale; in alcuni periodi storici, sono i villaggi che garantiscono la totalità dei beni e dei servizi necessari alla vita, altre volte questa condizione lascia spazio ad un’integrazione di carattere regionale più ampia, fino ad arrivare agli imperi e successivamente agli stati nazionali, che mantengono relazioni commerciali tra loro. Il passaggio alla società industriale, con la conseguente diversificazione e frammentazione dei processi produttivi, determina una dipendenza dagli altri notevolmente maggiore.


Assistiamo con la globalizzazione ad un fenomeno interessante e contraddittorio: la crescita dell’individualismo va di pari passo con quella dell’interdipendenza . 

Nell’economia postmodernizzata , la ridefinizione delle specificità produttive delle diverse aree del mondo, la relazione della creazione di richezza con la produzione biopolitica, ci rendono sempre più legati gli uni agli altri. L’evoluzione delle possibilità comunicative creano il villaggio globale, portando avanti un processo che spesso è ibridazione culturale e  spesso conquista. Mentre ció accade vediamo come sia sempre più difficile vivere insieme. 


La decomposizione degli stati nazionali, l’aumento dei conflitti, quello dei divorzi, delle violenze in famiglia, la decrescita demografica nei paesi industrializzati e la disaffezione verso i processi associativi politici, sono solo alcuni esempi, che in diversi ambiti, descrivono una tendenza alla difficoltà di stare insieme.

Questa contraddizione non deve stupire, in quanto è il nuovo sistema stesso che si basa su una competizione spinta, ad escludere ogni forma di cooperazione; il capitalismo globalizzato e postmoderno crea dipendenza, fragilitá sociale e paura,  per governare le crisi ed espropriare risorse e diritti; per farlo ha bisogno di rompere i legami famigliari e sociali, impedire la creazione di forti reti popolari , gli stessi stati nazionali rappresentano un ostacolo da rimuovere. 



Stare insieme richiede una volontà ed una capacita di sacrificio, il riconoscimento della propria parzialità, della necessità della collaborazione, dell’inopportunità dell’individualismo, della nostra complementarietà ed interdipendenza. Prendere atto di queste condizioni dovrebbe indurre a rigor di logica a stimolare la cooperazione ed escludere la competizione, ma la possibilità della convivenza passa inevitabilmente dall'amore per la diversità, dalla comprensione profonda del suo senso, della sua bellezza. Comprendere che la diversità è fondamento dell’equilibrio, significa rifiutare la logica della tolleranza, perché, mentre la tolleranza è figlia di un rapporto asimmetrico tra chi la esercita e chi se ne beneficia, il riconoscimento del valore positivo della diversità deriva dall’equilibrio sociale e culturale e contribuisce a mantenerlo. Questo riconoscimento si chiama rispetto.

La creazione divina è testimonianza insostituibile del senso della diversità e gli stessi riferimenti coranici, XVI-93 “ Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità”, fanno emergere una visione che la esalta come dono del Creatore per gli esseri umani e per il mondo. In special modo, possiamo notare come la diversità non è solo un bene in sé, ma anche uno strumento di garanzia della sua continuità e di difesa della vita: XXII- 40· “Se Allah non respingesse gli uni per mezzo degli altri, sarebbero ora distrutti monasteri e chiese, sinagoghe e moschee nei quali il Nome di Allah è spesso menzionato.”

Le fedi, lungi dall’essere un ostacolo per la convivenza, costituiscono un elemento importante del suo successo in quanto la concezione religiosa rifiuta l’individualismo, propone la solidarietà e la cooperazione, riconosce il valore della comunità e ricorda all’uomo la sua incompletezza e la sua precarietà.


Trattare il tema della convivenza scegliendo come prospettiva quella dei rapporti tra le diverse “comunità di fede” o tra i cittadini di diversa fede, rappresenta un limite alla reale comprensione delle sfide che il futuro ci riserva. La costruzione di una società inclusiva nel nostro Paese procede in modo disordinato ed improvvisato, ma procede. In molte città il pluralismo culturale è una realtà e gli elementi culturali esogeni contribuiscono sempre più alla nascita della nuova italianità; presto le fratture nella convivenza sociale saranno trasversali alle provenienze etniche ed alle fedi religiose. Le divisioni saranno determinate, come già accade, dalle differenze economiche e sociali, dalla disomogeneità dello sviluppo regionale e, ancora trasversalmente, dalla diversità delle concezioni di sviluppo presenti nella società. 


Per questo motivo, non possiamo immaginare una convivenza futura senza pensare all’esigenza dell’elaborazione di una visione collettiva di società e di sviluppo, una visione che partendo dalla critica del modello economico attuale, arrivi a valori comuni e ponga le basi di un patto sociale condiviso, perché la convivenza non può essere la compresenza pacifica di recinti e steccati, non può sostenersi su esistenze che procedono come rette parallele, senza incrociarsi mai.


Un accordo sociale, deve fondarsi principalmente su tre requisiti: la laicità dello Stato, l’equilibro nella distribuzione del potere e la garanzia del rispetto dei diritti umani per tutti. La laicità rappresenta una garanzia di tutela dei diritti e delle libertà per tutti; il campo di intervento legislativo dello Stato si deve limitare alla sfera pubblica, cioè a quegli atti che implicano conseguenze su terzi, mentre la sfera privata, i comportamenti individuali, le cui conseguenze ricadono solo sullo stesso individuo, non possono essere regolati né sanzionati. Lo Stato deve essere presente ed esercitare un’azione efficace nella direzione del controllo delle attività che per loro natura hanno un forte impatto sociale, per tutelare i diritti e le condizioni di vita della collettività, precisamente sull’attività economica. Nello stesso modo deve poter garantire i diritti delle minoranze.


Il secondo punto riguarda nuovamente l’equilibrio, associato alla diversità di cui, come abbiamo visto, è fonte e conseguenza. La democrazia non può prescindere da un’equa distribuzione del potere, una distribuzione che tocchi i vari poteri esistenti, dal simbolico all’economico-politico. L’equità è ancora una volta garante della convivenza. Prevenire i conflitti significa anche elaborare una visione condivisa sui diritti umani per tutti, evitando le guerre tra poveri, fomentate dai detentori del potere per dividere i possibili oppositori allo status quo e respingendo la mercificazione del tutto, che pretende di ingnorare Dio e commerciare la vita.

Questi conflitti derivano dall’incomprensione delle cause del disagio sociale da parte delle stesse vittime. Le vittime delle politiche economiche liberiste, costituiscono quella moltitudine che deve trasformarsi in soggetto propulsore di un cambiamento che metta in discussione la logica della competizione, del dio mercato che distrugge il pianeta e assoggetta la vita umana. Per farlo devono lavorare all’unità, in modo trasversale alle appartenenze religiose e culturali.



I musulmani, in questo contesto, sono chiamati a dare il proprio contributo al disegno di questo progetto comune. Per farlo devono innanzitutto risolvere in modo definitivo la questione dell’appartenenza. Comprendere la preminenza che l’Islam accorda alla appartenenza all’umanità, in quanto la nostra appartenenza religiosa non può negarla né relativizzarla. Non si possono stabilire gerarchie tra gli esseri umani su base economica, etnica o religiosa, in quanto di fronte a Dio gli uomini sono giudicati esclusivamente in base alle proprie azioni e al proprio comportamento.


Se vogliono essere fedeli ai propri valori, i musulmani devono continuare il percorso di apertura intrapreso, assumere completamente la responsabilità che implica la cittadinanza attiva, nonché un ruolo da protagonisti nelle lotte per i diritti comuni, lotte da portare avanti cercando la costituzione di alleanze ampie, con chi ha a cuore il destino del Paese. Devono uscire dalla fase catacombale,  della quale  sono emblematici gli scantinati,  in cui anche simbolicamente il potere li vorrebbe tenere, e avviare un dibattito approfondito su come  farsi portatori della necessità di una riscossa dell’etica.