Manifestazione per la libertà dell'Egitto

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SABATO 5 FEBBRAIO, ORE 16. PIAZZALE LORETO,  MILANO


La rivolta che sta scuotendo il mondo arabo, vede l'Egitto protagonista della lotta più importante, quella per affrancare quasi 80 milioni di cittadini dall’oppressione di un regime dispotico, violento e corrotto che ha affamato il suo popolo per più di trent'anni.

Le diplomazie occidentali che per anni, noncuranti dei criteri democratici e del rispetto dei diritti umani, hanno trattato Mubarak come un rispettabile alleato in grado di garantire la stabilità regionale, vedono il vecchio tiranno sfrattato dal suo popolo, che stanco di vedere calpestata la propria dignità e di dover emigrare per cercare un futuro migliore, ha deciso di riprendere il mano il proprio destino.

In modo pacifico ed ostinato, gli egiziani e le egiziane chiedono ciò a cui hanno diritto tutti i popoli del mondo: libertà, giustizia, democrazia, diritti, chiedono che si metta fine ad un regime che ha governato con la repressione di qualsiasi forma di opposizione e la tortura, che ha mantenuto più di metà della popolazione nell'analfabetismo e che ha negato ogni futuro ai giovani egiziani.

In questi giorni il regime di Mubarak ha risposto alle aspirazioni dei milioni di cittadini scesi in piazza, diffondendo il terrore e causando centinaia di morti. Crediamo che se il popolo, dovesse perdere questa battaglia la repressione sarebbe di una ferocia inaudita.

Per questo, sabato 5 febbraio saremo in Piazzale Loreto e continueremo a mobilitarci nei prossimi giorni, lo faremo per chiedere alla società civile di aiutarci a fare in modo che i riflettori puntati sull'Egitto non siano spenti, e di moltiplicare le pressioni sulle autorità italiane affinché mettano da parte la complicità e la timidezza degli ultimi giorni e facciano tutto ciò che è in loro potere per garantire i diritti dei manifestanti e per favorire una processo di svolta democratica in Egitto, che può avviarsi solo con le dimissioni di Mubarak e del suo governo.



Il mondo arabo guarda verso Istanbul e l'occidente scivola sulla democrazia

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di Ilyes Piccardo

“L'occidente guarda con interesse e talvolta con favore agli avvenimenti in corso nel nord d'Africa, auspicandosi che venga scongiurato il pericolo dell'islamismo.” 


Sostanzialmente è questo il concetto che la quasi totalità dei media occidentali stanno facendo passare nell'opinione pubblica, sfruttando le occasionali dichiarazioni dei politici europei e statunitensi. L'ideale potrebbe quasi dirsi nobile dal loro punto di vista: preservare la luce del cambiamento dalle scure e pericolose nubi islamiche. Ma possiamo affermare con certezza che il timore dell'occidente sia una deriva islamica, che tolga la libertà appena acquisita?

Piuttosto, osservando con maggiore attenzione la situazione, risulta emerge la preoccupazione che possa ripetersi quanto già accaduto in Turchia. La nascita e lo sviluppo di un partito politico di carattere islamico, che sia riuscito a distinguersi, oltre che per la popolarità, per l'ottima politica, efficace e lungimirante, è stato un duro colpo per i consolidati rapporti di forza internazionali. In particolare l'AKP è riuscito a modificare il sistema turco, riducendo il forte controllo dell'esercito sullo Stato, nonché le ingerenze dello Stato stesso nella vita privata, nelle libertà individuali. La prospettiva che, anche negli stati nordafricani, possa emergere con le proteste un forte ed organizzato movimento politico islamico, che riesca ad inaugurare con successo la nuova stagione democratica, con l'apprezzamento del popolo, diffonde l'inquietudine gli USA e le potenze europee. A fronte di un'apertura del movimento islamico in Egitto verso una democrazia che coinvolga largamente le forze d'opposizione interessate, comprendendo i movimenti laici e di sinistra, le contromisure non tarderanno ad arrivare. Dopo i primi passi falsi, come il sostegno francese a Ben Ali in Tunisia e l'iniziale attendismo statunitense con Mubarak in Egitto, la politica occidentale sta comprendendo il corso degli eventi e certamente cercherà di ribadire il proprio dominio sulle economie e le decisioni di quegli stati, indirizzandone le nascenti forze politiche. Un immediato sostegno economico e mediatico ad alcuni particolari gruppi e partiti ne favorirebbe l'asservimento. La speranza è che la crescente sensazione di poter determinare il proprio destino, non risulti un idillio temporaneo. I popoli tunisino ed egiziano hanno la grande possibilità di cambiare finalmente il proprio presente e il contributo delle forze islamiche potrà essere decisivo, per il bene dei paesi e delle loro popolazioni.

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I tunisini sapranno gestire il proprio futuro?

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di Ilyes Piccardo

La fuga-cacciata dell'ormai ex presidente Ben Ali, ha suscitato il primo vero grido di esultanza alla popolazione tunisina, al movimento di giovani, che ha visto il primo evidente risultato della protesta, portata coraggiosamente avanti. Ma il passaggio ad un governo pro tempore, guidato dal presidente del parlamento, in attesa delle elezioni, non può impedire di porsi alcuni interrogativi sul futuro della Tunisia. La nuova posizione dell'esercito in particolar modo, con un accresciuto potere, crea forti dubbi su quale sarà il suo ruolo nei prossimi tempi; al limite tra quello di garante, della svolta democratica della nazione, e quello di minaccia, in grado di imporre la propria forza al di sopra di ogni aspirazione del movimento. I messaggi finora trasmessi vanno nella prima direzione, almeno apparentemente, con dure azioni nei confronti della polizia, accusata di essere ancora fedele al fuggitivo Ben Ali. Occorre osservare lo sviluppo degli eventi con molta attenzione, per riuscire a comprendere, al meglio e il prima possibile, fino a dove questa operazione dell'esercito sia a sostegno della svolta del paese e dove invece potrebbe iniziare a far parte di un piano di epurazione, degli elementi ancora collegati al vecchio regime.

Inoltre, l'escalation di episodi di violenza, che hanno portato all'uccisione del nipote dell'ex presidente, rischia fortemente di distogliere l'attenzione della popolazione dalle vere motivazioni che hanno generato la protesta. Una caccia all'uomo, impegnerebbe le energie di questi giovani sul piano della pura vendetta, distaccato da quello degli interessi collettivi che li ha caratterizzati finora. In questo modo, in un momento di massima fragilità, il destino della Tunisia potrebbe essere deciso dall'intervento di un qualsiasi potere forte, qualora mancasse un attento controllo. E' necessario che le figure più significative della protesta (sindacati, ordini professionali e società civile in genere) escano dall'anonimato, in cui erano stati ricacciati dalla dittatura, si impegnino per lo sviluppo di un'organizzazione politica. Soltanto nella pratica del pluralismo e nella corretta rappresentazione delle diverse istanze presenti nel Paese, si potrà creare un laboratorio, che riesca a dare un indirizzo concreto agli eventi, gettando solide basi per la nascita di una nuova Tunisia.

Agli Stati Generali della Precarietá 2.0 si prepara lo sciopero

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di Davide Piccardo

Precarietá è un termine entrato prepotentemente nel vocabolario comune da almeno una decina d’anni, un parola che viene pronunciata sempre più spesso, e viene pronunciata, anche da chi non se lo sarebbe mai aspettato. Si espande a macchia d’olio e sembra non voler risparmiare nessuno, travolge diritti acquisiti e non fa differenza tra generazioni, anche se ha un debole per i giovani.
Quando sei precario hai ben pochi diritti, non esistono le ferie, e normalmente è meglio, perchè non avresti i soldi per partire, è meglio che non ti ammali perchè a fine mese al posto dei 1000 euro te ne troveresti 800, dimenticati la pensione,  non pensare di avere un figlio, la maternitá non esiste e, soprattutto, se aspetti un bambino probabilmente il tuo contratto non sará rinnovato. Vuoi comprare casa? Ci dispiace, non basta piú essere pronti a pagare uno stipendio intero ogni mese per 30 anni per avere un tetto sulla testa, al mutuo non tu non puoi accedere. Non offri abbastanza garanzie.

L'avvento della precarietà risponde a cause differenti, da una parte c'è la terziarizzazione dell'economia, la riduzione del lavoro in fabbrica, la crescita degli impiegati nella  produzione intellettuale nel “primo mondo”, cosa che implica in certi casi una maggiore flessibilità del lavoro; dall'altra parte, è in corso una guerra contro i diritti dei cittadini-lavoratori; una guerra che precarizza non solo il lavoro, ma l’intera esistenza, la formazione del sapere e la ricerca. Si utilizza come pretesto l'evoluzione dell'economia globale per accentuare lo sfruttamento delle persone, aumentare i profitti ed imporre una concezione del lavoro ottocentesca.
Questo processo determina di fatto l'esistenza di una massa di lavoratori senza diritti.Le cifre fornite dagli esperti sono impressionanti, si parla di una percentuale di lavoratori precari che sfiora il 70% dei lavoratori totali; questa cifra spiegano, si otterrebbe sommando il 28% di lavoro nero ai contratti atipici e a quelli delle imprese con meno di 15 dipendenti, e per questo non tutelate dall’articolo 18. Buona parte di queste persone,  sono  sottoposte  al ricatto quotidiano, e apparentemente senza nessuna forza contrattuale, persone intrappolate in un'attesa infinità della stabilità. Anche le organizzazioni sindacali classiche, si sono rivelate a dir poco insufficienti ad arrestare l'avanzata della precarietà, l'incapacità di opporsi adeguatamente alla legge Treu e successivamente alla legge 30  lo dimostrano. Attualmente gli stessi sindacati sono percepiti da chi si occupa di precarietà, come soggetti troppo concentrati sulla difesa di un modello residuale e poco propensi a farsi portavoce delle nuove esigenze del preariato.
Per cercare di trovare e proporre soluzioni a questa situazione, il 15 e il 16 gennaio, si sono svolti gli Stati Generali della Precarietà. La data non è stata scelta a caso, visto che, il 23 gennaio, sará l’ultimo giorno valido per impugnare i contratti di lavoro precario davanti al giudice, poi secondo la norma stabilita nel “Collegato Lavoro”, ci sará un condono totale.

La seconda edizione di questa due giorni di dibattiti e laboratori sul tema ha una sede emblematicamente molto precaria. Il Centro Sociale La Fornace, appena rioccupato dopo lo sgombero della settimana scorsa. Gli Stati Generali puntano ad elaborare un “punto di vista precario”, pensare e proporre un nuovo modello di stato sociale che non si basi più esclusivamente sul lavoro ma che si fondi sulla cittadinanza. In questo senso si muovono, per esempio,  gli interventi del Professor Fumagalli, esperto in materia, che dimostrano come sarebbe doveroso ed economicamente sostenibile un nuovo sistema di welfare che sia in grado di rispondere all’attuale condizione lavorativa di milioni di persone. Il Welfare Metropolitano per esempio si fonderebbe sull’istituzione di un reddito minimo di cittadinanza, in grado di garantire la possibiltá per i cittadini di non sottostare al ricatto del lavoro iniquo.

Riscuote un grande interesse il workshop: Precarietà migrante,migranti nella precarietà, lavoro, lotte e razzismo”; i partecipanti analizzano la particolare condizione dei migranti precari, soggetti doppiamente sfavoriti e discriminati dai datori di lavoro e spesso dell’ostilitá delle istituzioni che condizionano il loro diritto ad esistere ad un contratto di lavoro regolare ed indeterminato al quale non riescono ad accedere. Si parla del prossimo Primo Marzo, giorno che evoca il primo sciopero dei migranti compiuto nel 2010 e che le organizzazioni dei migranti vogliono ripetere con una maggiore attenzione alla tematica del lavoro.

Tra i protagonisti delle due giornate c'e il collettivo “Intelligence Precaria” che si dedica alla realizzazione  e diffusione di studi approfonditi sulla tematica; un esempio di  utilissima pubblicazione sono  i  “Quaderni di San Precario”, un volume che contiene ricerche ed interventi di vari ricercatori sulle questione legislative legate alla precarietá.

Nel pomeriggio del sabato si analizzano i fatti di Roma del 14 dicembre che molti non esitano a definire come uno spartiacque, quest’esplosione di rabbia, che per la prima volta in tanti anni è stata sostenuta dalla gran parte del movimento, ha stupito tutti. Anche i piú esperti conoscitori delle piazze sono rimasti totalmente sorpresi dalla forza e dalla spontaneitá degli scontri. A Roma, giovani studenti delle superiori, universitari, precari, operai metalmeccanici e disoccupati hanno manifestato tutta la loro frustrazione ed indignazione. Questa è la presa di coscienza di un' intera generazione, dicono i molti.

Riuscire ad identificare le componenti sociali che esprimono questo disagio, riuscire a tessere reti di comunicazione e collaborazione con queste parti di societá sará una delle prossime grandi sfide per il movimento dei precari che ha come prioritá immediata stabilire forme di autorganizzazione che includano tutti quei soggetti che subiscono la precarizzazione.

La parola d’ordine per il futuro, sembra essere “sciopero precario”, un possibile sciopero che, ad ascoltare gli applausi della platea, si fará presto.